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Bob Marley

GET UP STAND UP – “BURNING” Album 1973

GET UP STAND UP – THE WAILERS

“Alzati, stai in piedi
Stai in piedi per il tuo diritto
Non smettere di combattere

Predicatore, non dirmi
che il cielo è sotto terra
Io so che tu non lo sai
quanto vale davvero la vita
Non tutto quello che luccica è oro
Metà della storia non è mai stata raccontata
Così adesso che vedi la luce
Alzati in piedi per il tuo diritto
Andiamo

Alzati, stai in piedi
Stai in piedi per il tuo diritto
Non smettere di combattere

La maggior parte delle persone pensa che
il grande Dio venga dal cielo
porti via ogni cosa
e faccia stare tutti bene
Ma se tu sapessi quanto vale la vita
Baderesti alla tua sulla terra
E adesso che vedi la luce
Stai in piedi per i tuoi diritti

Alzati, stai in piedi
Stai in piedi per il tuo diritto
Non smettere di combattere / la vita è il tuo diritto
Alzati, stai in piedi / così non possiamo smettere di combattere
Alzati per i tuoi diritti / Signore, Signore
Alzati, stai in piedi / continua a lottare
Non smettere di combattere

Siamo stufi del vostro gioco a “ismi” e “scismi”
Di morire e andare in cielo in nome di Gesù, Signore
Sappiamo e comprendiamo
che Dio Onnipotente è un uomo vivente
Puoi prendere in giro qualcuno qualche volta
Ma non puoi prendere in giro tutti tutte le volte
Così adesso che vediamo la luce
Staremo in piedi per i nostri diritti

Faresti meglio
ad alzarti, e stare in piedi
Stai in piedi per il tuo diritto
Non smettere di combattere”

#TheWailers #BobMarley #PeterTosh, #GetUpStandUp, #Burning Album, 1973

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Haile Selassie I - Insegnamenti

L’Etiopia Non Ha Mai Aggredito Nessuno

“L’Etiopia è una nazione amante della pace. Ed eccetto in quei tempi in cui ha dovuto levarsi in armi per respingere l’aggressione, o per far avanzare la causa della sicurezza collettiva, non c’è stato un solo caso nella storia in cui l’Etiopia abbia provocato un conflitto violando l’integrità territoriale o interferendo con gli affari interni degli altri. E mai ci sarà un tale caso. Comunque, l’Etiopia non sarà mai trovata carente nei suoi sforzi per rafforzare le sue forze difensive, sostenuta com’è dal tradizionale valore del suo prode popolo, per sventare i disegni di coloro che sono intenti a violare la libertà e l’unità del suo popolo e la sua integrità territoriale.”
— Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I —
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Guerra Italo-Etiopica Haile Selassie I - Testimonianze

LA STAMPA 23 Agosto 1951 – Italo Zingarelli

Tratto da “LA STAMPA”, 23 Agosto 1951
Articolo di Italo Zingarelli

“COLLOQUIO CON HAILE SELASSIE A DIRE DAUA

L’Imperatore d’Etiopia ci ha parlato degli italiani

Se si lavorerà sinceramente, egli ha detto, e se le relazioni tra i due popoli verranno ben impostate, il lavoro sarà fecondo – Nessun odio, ma stima e cordialità – Ricordi romani – Alcuni episodi significativi – Nel maggio del ’41: minaccia di impiccagione per chiunque avesse toccato un nostro connazionale – Storia di un monumento a Menelik

In agosto, che per l’umidità e il freddo – relativo – è il mese meno piacevole di Addis Abeba, l’Imperatore lascia la capitale e scende di circa 1.500 metri per godersi il caldo – relativo anch’esso – di Dire Daua: il caldo soffocante dell’Africa orientale imperversa in pianura e lungo la costa, da Massaua in giù, e Dire Daua è un refrigerio per i francesi di Gibuti, che si portano volentieri pure ad Harar, più alta.

LETTORE DI DANTE

L’imperatore va prima alle fonti termali di Erer, poi per alcuni giorni a Dire Daua, con un seguito di cinquanta o sessanta persone e un distaccamento della guardia. La vita della cittadina si trasforma: arrivano ministri, governatori, persone che ad Addis Abeba non trovano più i ministri, capi di cabile somale della frontiera, postulanti e curiosi. Sua Maestà viaggia in treno e in automobile – qui gira in una macchina americana carrozzata a giardiniera -, ma molti sudditi e dignitari preferiscono gli aerei della linea etiopica, che fanno un servizio comodo e rapido.

Haile Selassie alloggia nell’ex-palazzo dell’Infail, ben costruito dagli italiani e convenientemente adattato al nuovo uso, ed il vicino albergo della C.I.A.A.O. (a suo tempo concepito per un’utilizzazione provvisoria e dimostratosi capace di funzionare per parecchi anni) si riempie come un uovo: lo dirige uno svizzero cortese ed attivo, che vive in Africa ormai da anni, coadiuvato dalla moglie. L’Imperatore riceve gente a non finire, esce per andare nella pittoresca chiesa copta, visitare ospedali, scuole ed opifici, fra i quali regolarmente include il cotonificio e la cementeria; si informa sull’andamento della produzione e sul numero degli operai, chiede se occorrono impianti o macchine e vuol conoscere la prova data da nuovi impianti o metodi. Le condizioni dell’Impero fanno sì che il sovrano, innegabilmente lo spirito animatore d’ogni energia, non può limitarsi a regnare: egli deve governare, amministrare, e non vedendo e non sapendo non potrebbe riuscirvi.

Haile Selassie lavora duramente: si alza alle 6 del mattino, incomincia a ricevere alle 9, va a letto sempre dopo la mezzanotte. Le sue abitudini sono europee in fatto di cibi come nel vestire, però nelle feste nazionali, affinché le tradizioni non vadano perdute, desidera che ognuno porti lo sciamma, la larga e lunga fascia di panno bianco che dalle spalle scende sul petto sino a coprirlo. I suoi svaghi sono la lettura ed i films cinematografici, dei quali è un appassionato. Nella stanza da letto, a Addis Abeba, tiene l’Enciclopedia Treccani (capisce l’italiano benissimo, ma per ora almeno non lo parla) e legge Dante e ammira chi lo sa commentare; in certe situazioni ha riassunto il suo pensiero mormorando: ‘Non ti curar di lor, ma guarda e passa…’. Predilige i libri storici e filosofici e discorrendo con lui s’intuisce che la filosofia ha presa sul suo animo. Se potesse, visiterebbe l’Europa domani e ricorda volentieri le impressioni del viaggio che fece nel ’24, toccando anche Roma: del modo in cui lo accolse re Vittorio Emanuele III mi ha detto che ‘lo ricevette come un figlio’. Parole pronunziate senza enfasi.

L’Imperatore mi ha ricevuto all’indomani del mio arrivo a Dire Daua, alle 11: il primo giornalista italiano che varcava la sua soglia nel dopoguerra è stato seguito da sguardi curiosi e da un lieve bisbigliare. Il suo studio è al pianterreno e vi si entra direttamente dal porticato, senza attraversare anticamera: quando il gigantesco aiutante di campo colonnello Makonnen mi ha introdotto, mi sono trovato di colpo alla presenza del Negus Neghesti (titolo in verità soppiantato da quello di Imperatore), che m’aspettava in piedi dietro allo scrittoio collocato davanti alla parete di fondo.

Il cerimoniale s’è limitato ad un inchino entrando e ad un altro mentre il sovrano mi porgeva la mano. Quindi l’Imperatore, sedendo, mi ha invitato a prender posto dirimpetto. Il tempo di dare uno sguardo all’ambiente mi è mancato, giacché la conversazione è incominciata subito: so di aver camminato su tappeti e mi sembra che le pareti del salone fossero nude. L’Imperatore vestiva di avana chiaro e portava una cravatta fantasia intonata al fazzoletto che sbucava dal taschino. Appariva riposato, mentre a Addis Abeba, il giorno della rivista dei complementi in partenza per la Corea, dava un’impressione di stanchezza.

L’Imperatore ricevendo degli stranieri di regola fa assistere un interprete: noi eravamo soli. La porta d’ingresso era rimasta semiaperta, ma nessuno poteva ascoltare. Del colloquio riporterò quello che sono autorizzato a ripetere. La conversazione si è svolta in francese, che il sovrano, poliglotta, parla benissimo e senza accento, con voce chiara e quasi dolce. Io ho ringraziato l’Imperatore dell’onore accordatomi ricevendomi così alla buona – ero fra l’altro vestito di un bianco appena mitigato dalla cravatta nera – e di tutto ciò che ha fatto per gli italiani in un periodo doloroso e duro. Haile Selassie ha risposto:

‘Quello che abbiamo fatto nel passato per gl’italiani era il nostro dovere. Non abbiamo fatto gran cosa. Noi siamo stati avversari del fascismo e non del popolo italiano. Girate per il Paese e vedete come vivono e come son trattati gl’italiani. Non c’è odio. Quando rientrai ad Addis Abeba, avendo bisogno di farmi curare gli occhi, io chiamai un oculista italiano’.

GRANDI POSSIBILITA’

Ho quindi osservato che sebbene il ristabilire le relazioni diplomatiche sia cosa certamente ottima, la speranza comune dovrebbe essere di veder seguire al compimento delle formalità una collaborazione in vari campi: i popoli marciano volgendo lo sguardo all’avvenire. Haile Selassie ha risposto:

‘Se si lavorerà sinceramente, e le relazioni verranno bene impostate, il lavoro sarà fecondo. In questo ambito, quando manca la sincerità non si viene a capo di nulla’. Qui c’è stato un interessante intermezzo sulla sincerità in diplomazia ed in politica: fra i libri sulla materia da lui letti, l’Imperatore ne ha citato uno inglese che tratta della possibilità dell’insistere nel mentire e delle conseguenze relative.

L’Imperatore, se ho ben capito il suo pensiero, non desidera che nelle relazioni internazionali del suo Paese il fattore politico sostenga una parte sostanziale: eliminando il fattore politico si procede anzi meglio e gl’italiani dovrebbero sapere che l’avvenire dell’Etiopia offre grandi possibilità di sviluppo. L’Imperatore sa valutare l’importanza degli studi italiani sull’Etiopia, come pure sa che i suoi sudditi imparano dagl’italiani molti mestieri.

L’udienza era durata circa il doppio del tempo indicatomi e ritirandomi ho espresso l’augurio di poter tornare in Etiopia quando le relazioni diplomatiche saranno state veramente riprese: l’Imperatore salutandomi ha risposto (mi duole di non poter ripetere le sue parole), che le relazioni potevo considerarle già riprese. Il volpino bianco e rosso sonnecchiante sotto l’Imperiale poltrona non s’è mosso e non ha ringhiato neppure mentre uscivo lusingandomi, fra me e me (debolezze ne abbiamo tutti), d’essere stato protagonista d’un vernissage o di un prologo. Fuori, ministri, funzionari e persone in attesa di udienza hanno squadrato di nuovo il primo giornalista italiano, in teoria ancora suddito nemico, ricevuto dal loro sovrano, e credo che la notizia si sia diffusa con la rapidità caratteristica del giornale parlato.

SEI PRIGIONIERI

Se l’udienza avesse avuto luogo ad Addis Abeba, avrei pregato l’Imperatore di lasciarmi salutare gl’italiani che lavoravano stabilmente nel suo palazzo come muratori, elettricisti, giardinieri e meccanici: li conosce uno per uno e ne conosce desideri e bisogni. Poco tempo addietro ha pagato il viaggio di andata e ritorno ed ha regalato duecento sterline ad uno – mi sembra si chiami Ottolini – il quale voleva andare in Italia a vedere il padre ammalato e s’è mandato a chiamare il padre d’una bimba che aveva fatto la prima comunione dicendogli che la voleva accarezzare, ed ha fatto un bel regalo anche a lei.

Un giorno Haile Selassie, al fronte, vide arrivare sei prigionieri di guerra italiani laceri e divorati dai pidocchi: ordinò che venissero alloggiati in una casa affianco alla sua e messi in grado di fare un bagno, li rifornì di capi di vestiario suoi, dai fazzoletti ai pantaloni e alle maglie, per farli fumare prese le sigarette al suo medico, perché lui non fuma, e incaricò il figlio di occuparsi personalmente dei pasti. Rientrato ad Addis Abeba, e costretto a lasciare il Paese, prima di partire affidò i sei prigionieri al ministro di Francia, Bodard. Nel luglio del ’40, alleatasi l’Etiopia all’Inghilterra contro l’Italia, lanciò un proclama esortando il popolo a risparmiare le vite degl’italiani ed a trattare il nemico umanamente: nel maggio del ’41, risalendo sul trono, col primo decreto minacciò di impiccagione chiunque avesse toccato un italiano: e mai a un italiano è stato torto un capello. Si voleva infierire contro l’ultimo ministri di Etiopia a Roma, Afe Uorq, accusato di alto tradimento, e giustiziarlo, ma non lo permise: confinato, il vecchio Afe Uorq ha vissuto sino a pochi mesi or sono.

Nel centro di Addis Abeba, gl’italiani avevano tirato giù dal piedistallo, con grosse funi legate ad autocarri, il monumento in bronzo dorato di Menelik, e forse fu superfluo: comunque il monumento non venne distrutto, bensì lasciato in un deposito. Di nuovo padroni di Addis Abeba, gli etiopici rintracciarono il monumento e prima di rimetterlo a posto, il governatore si rivolse allo scultore italiano Galli affinché lo riparasse. Galli rispose che era, si, scultore, ma che monumenti politici non sapeva ripararne, ed il governatore minacciò fulmini e saette. Una mattina l’Imperatore fece avvertire Galli che sarebbe andato a visitare il suo studio. ‘Le dispiacerebbe, – gli chiese, avendo finito di osservare le sue opere – di fare il busto di Ras Makonnen, mio padre ? Si tratta di un lavoro non politico…

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Haile Selassie I - Testimonianze

E. ULLENDORFF, Docente Accademico di Lingue Semitiche – 1964

E. ULLENDORFF, Docente Accademico di Lingue Semitiche.
Articolo tratto da “The Guardian” (Regno Unito), 4 Marzo 1964

“Conosco l’Etiopia da quasi un quarto di secolo, e ho rivisitato il paese ad intervalli di pochi anni. Ma la trasformazione, sottile eppur pervasiva, che si è verificata sin dal mio ultimo viaggio nel 1958 è probabilmente più profonda e significativa di qualunque altro cambiamento sin dai giorni di cui Gibbon poteva scrivere, con una qualche giustizia, che “circondati su tutti i lati dai nemici della loro religione, gli Etiopi dormirono circa mille anni, dimentichi del mondo che li aveva dimenticati’.

L’Etiopia non è dimenticata adesso. Ha smesso di essere un paese Semitico minore e in qualche modo periferico nel Medio Oriente, ed è diventata una potenza in Africa, la sede della Commissione Economica per l’Africa, e il luogo della prima conferenza dei Capi di Governo Africani. L’Imperatore, che alcuni dei suoi sudditi più giovani avevano considerato ‘fuori gioco’ al tempo della rivolta del 1960, ha nettamente girato il tavolo a coloro che volevano andare in Africa e sommergere la loro identità in un amorfo nazionalismo Africano. Invece, egli ha portato l’Africa ad Addis Abeba ed egli stesso è emerso come uno dei leader del continente.

Lo statista solitario e dignitoso della Ginevra del 1936 ha prestato statura, un senso del proposito, e un sentimento di tradizione e continuità all’Africa del 1964. ‘Il Leone di Giuda ha prevalso’ non soltanto nel proprio paese, ma per tutto un continente che, soltanto pochi anni prima, aveva pensato a lui come la reliquia di un passato a lungo dimenticato. (…)

Il passo della riforma e dell’avanzamento è stato forse maggiore, e certamente più visibile, nell’emancipazione delle donne. In poco più di una decade le donne Etiopi sono emerse dal Medio Evo e sono entrate nell’Era Moderna con una grazia, un fascino e una bellezza che hanno trasformato l’altrimenti scialba e uniforme scena urbana nel mondo più meraviglioso ed efficace. (…)

L’Etiopia rimane uno dei paesi più belli così come più mitopoietici. A presiedere su tutto ciò con sereno distacco e dignità senza rivali, c’è l’uomo che, per quasi 50 anni, ha guidato il destino dell’Etiopia, prima come Reggente e, sin dal 1930, come Imperatore. A quasi 72 anni Haile Selassie non tradisce nessuno dei segni esteriori della settantina: la sua figura sobria ed eretta, le sue mani meravigliose, e i suoi occhi penetranti sono cambiati scarsamente; la sua mente è vigile così come una generazione fa, e il suo ascendente sui suoi sudditi – o anche sui suoi visitatori – rimane praticamente completo.”

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Haile Selassie I - Insegnamenti

Non Sprecate la vostra Gioventù in Vanità

“Forse volete sapere che genere di giovane eravamo. Bene: eravamo un giovane veramente serio, veramente diligente, veramente ubbidiente. Eravamo puniti a volte, e sapete perché ? Perché quello che Ci facevano studiare non ci sembrava abbastanza e auspicavamo di studiare ulteriormente. Volevamo stare a scuola dopo che lezioni erano finite. Eravamo riluttanti a divertirCi, ad andare a cavalcare, a giocare. Non volevamo sprecare tempo in giochi.”

— Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I —

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Haile Selassie I - Insegnamenti

Non Sprecare Tempo in Dibattiti Vani

“Non c’è bisogno di alcuna elaborazione per mostrare che soffermarsi su pensieri oziosi e vano dibattito ammonti a sprecare il proprio tempo prezioso, così come quello degli altri, poiché ritarda il progresso dell’Etiopia. La lotta per accrescere l’aspettativa di vita e per sradicare malattia e povertà, due dei principali ostacoli per progresso e sviluppo, chiama allo sforzo diligente e coscienzioso da parte dell’istruito. Quello che ci aspettiamo da tali persone è un serio senso del dovere. Problemi e bisogni, piuttosto che essere utilizzati come argomenti di conversazione oziosa, devono creare un impulso, una nuova forza trainante verso il progresso. Gli insegnanti universitari, in particolare i nostri insegnanti Etiopi, devono identificare quei problemi e bisogni, conducendo una ricerca veritiera e seria in discipline differenti, espandendo l’educazione, adattando i loro sforzi alla soddisfazione dei bisogni presenti, e conseguendo risultanti concreti. Abbiamo fiducia che voi, così come quelli che si sono laureati prima di voi, siate stati veramente educati in questo spirito.”

– Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I

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Haile Selassie I - Insegnamenti

Attenti all’Indipendenza Illusoria

“Comunque, questo conseguimento non può avere un impatto sul credito dei popoli Africani se l’indipendenza ottenuta è soltanto nominale. In tale situazione, l’emersione dal colonialismo non è altro che illusoria, e l’uso della parola ‘indipendenza’ costituirebbe non soltanto una distorsione, ma anche un disservizio alla causa della libertà Africana, erigendo uno schermo dietro cui quelle stesse influenze straniere che finora si sono rivelate al mondo come interessi coloniali, possano, sotto travestimento, continuare ad operare”.

– Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I

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Haile Selassie I - Insegnamenti

Portare Avanti la Causa dell’Educazione

“E’ passato il tempo di offrire al nostro paese un servizio a parole. Il bisogno impellente del nostro popolo è l’educazione, senza cui non possiamo mantenere la nostra indipendenza. La prova del vero patriottismo è riconoscere questo fatto: nel caso di coloro che possiedono i mezzi, significa fondare scuole, e portare avanti la causa dell’educazione in ogni modo. Il progresso deve essere realizzato poco a poco. Ho costruito questa scuola come un inizio e come un esempio, e mi appello agli abbienti in mezzo al popolo affinché lo seguano”.

– Sua Maestà Imperiale Haile Selassie il Primo –

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Haile Selassie I - Insegnamenti

Religiosi e Laici Devono Coordinare i loro Sforzi

“Risolvere ed alleviare i molteplici problemi che assediano il mondo non è delegato soltanto alle potenze temporali. I leader spirituali e i laici hanno anche il sacro dovere di coordinare i loro sforzi per far avanzare la causa del genere umano”

–  Sua Maestà Imperiale Haile Selassie il Primo –

 

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Haile Selassie I - Testimonianze

Generale E.Virgin, Alto Militare Svedese, 1936

“Sua Maestà l’Imperatore Haile Selassie I, Re dei Re, Scelto di Dio, Leone Conquistatore del Lignaggio di Giuda, discendente di Re Salomone e della Regina di Saba, siede immobile, avvolto nel suo setoso mantello nero che nasconde l’altro suo vestito. I pensieri di ognuno involontariamente si volgono all’immagine di un qualche dio Orientale, fin quando non ci si avvicini e si possano distinguere i suoi tratti. E’ un individuo vivente, pensante, senziente che siede sul trono imperiale d’Abissinia. I suoi occhi sono tersi, saggi e penetranti. Dall’alta fronte scaturisce il naso delicato, ben proporzionato. La forse debole bocca è attorniata da una corta barba e baffi, nero carbone come i suoi spessi capelli. Il colore del suo volto è bronzo dorato scuro. Quando dà la sua mano insolitamente ben-formata, piccola ma forte, un sorriso luminoso accende i tratti scuri e gli occhi tristi.”
(Tratto da “The Abyssinia I Knew”, Generale Virgin, London 1936, pag. 62)
“Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.”
(Apocalisse 1, 15-16)
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