
Tratto da “LA STAMPA”, 23 Agosto 1951
Articolo di Italo Zingarelli
“COLLOQUIO CON HAILE SELASSIE A DIRE DAUA
L’Imperatore d’Etiopia ci ha parlato degli italiani
Se si lavorerà sinceramente, egli ha detto, e se le relazioni tra i due popoli verranno ben impostate, il lavoro sarà fecondo – Nessun odio, ma stima e cordialità – Ricordi romani – Alcuni episodi significativi – Nel maggio del ’41: minaccia di impiccagione per chiunque avesse toccato un nostro connazionale – Storia di un monumento a Menelik
In agosto, che per l’umidità e il freddo – relativo – è il mese meno piacevole di Addis Abeba, l’Imperatore lascia la capitale e scende di circa 1.500 metri per godersi il caldo – relativo anch’esso – di Dire Daua: il caldo soffocante dell’Africa orientale imperversa in pianura e lungo la costa, da Massaua in giù, e Dire Daua è un refrigerio per i francesi di Gibuti, che si portano volentieri pure ad Harar, più alta.
LETTORE DI DANTE
L’imperatore va prima alle fonti termali di Erer, poi per alcuni giorni a Dire Daua, con un seguito di cinquanta o sessanta persone e un distaccamento della guardia. La vita della cittadina si trasforma: arrivano ministri, governatori, persone che ad Addis Abeba non trovano più i ministri, capi di cabile somale della frontiera, postulanti e curiosi. Sua Maestà viaggia in treno e in automobile – qui gira in una macchina americana carrozzata a giardiniera -, ma molti sudditi e dignitari preferiscono gli aerei della linea etiopica, che fanno un servizio comodo e rapido.
Haile Selassie alloggia nell’ex-palazzo dell’Infail, ben costruito dagli italiani e convenientemente adattato al nuovo uso, ed il vicino albergo della C.I.A.A.O. (a suo tempo concepito per un’utilizzazione provvisoria e dimostratosi capace di funzionare per parecchi anni) si riempie come un uovo: lo dirige uno svizzero cortese ed attivo, che vive in Africa ormai da anni, coadiuvato dalla moglie. L’Imperatore riceve gente a non finire, esce per andare nella pittoresca chiesa copta, visitare ospedali, scuole ed opifici, fra i quali regolarmente include il cotonificio e la cementeria; si informa sull’andamento della produzione e sul numero degli operai, chiede se occorrono impianti o macchine e vuol conoscere la prova data da nuovi impianti o metodi. Le condizioni dell’Impero fanno sì che il sovrano, innegabilmente lo spirito animatore d’ogni energia, non può limitarsi a regnare: egli deve governare, amministrare, e non vedendo e non sapendo non potrebbe riuscirvi.
Haile Selassie lavora duramente: si alza alle 6 del mattino, incomincia a ricevere alle 9, va a letto sempre dopo la mezzanotte. Le sue abitudini sono europee in fatto di cibi come nel vestire, però nelle feste nazionali, affinché le tradizioni non vadano perdute, desidera che ognuno porti lo sciamma, la larga e lunga fascia di panno bianco che dalle spalle scende sul petto sino a coprirlo. I suoi svaghi sono la lettura ed i films cinematografici, dei quali è un appassionato. Nella stanza da letto, a Addis Abeba, tiene l’Enciclopedia Treccani (capisce l’italiano benissimo, ma per ora almeno non lo parla) e legge Dante e ammira chi lo sa commentare; in certe situazioni ha riassunto il suo pensiero mormorando: ‘Non ti curar di lor, ma guarda e passa…’. Predilige i libri storici e filosofici e discorrendo con lui s’intuisce che la filosofia ha presa sul suo animo. Se potesse, visiterebbe l’Europa domani e ricorda volentieri le impressioni del viaggio che fece nel ’24, toccando anche Roma: del modo in cui lo accolse re Vittorio Emanuele III mi ha detto che ‘lo ricevette come un figlio’. Parole pronunziate senza enfasi.
L’Imperatore mi ha ricevuto all’indomani del mio arrivo a Dire Daua, alle 11: il primo giornalista italiano che varcava la sua soglia nel dopoguerra è stato seguito da sguardi curiosi e da un lieve bisbigliare. Il suo studio è al pianterreno e vi si entra direttamente dal porticato, senza attraversare anticamera: quando il gigantesco aiutante di campo colonnello Makonnen mi ha introdotto, mi sono trovato di colpo alla presenza del Negus Neghesti (titolo in verità soppiantato da quello di Imperatore), che m’aspettava in piedi dietro allo scrittoio collocato davanti alla parete di fondo.
Il cerimoniale s’è limitato ad un inchino entrando e ad un altro mentre il sovrano mi porgeva la mano. Quindi l’Imperatore, sedendo, mi ha invitato a prender posto dirimpetto. Il tempo di dare uno sguardo all’ambiente mi è mancato, giacché la conversazione è incominciata subito: so di aver camminato su tappeti e mi sembra che le pareti del salone fossero nude. L’Imperatore vestiva di avana chiaro e portava una cravatta fantasia intonata al fazzoletto che sbucava dal taschino. Appariva riposato, mentre a Addis Abeba, il giorno della rivista dei complementi in partenza per la Corea, dava un’impressione di stanchezza.
L’Imperatore ricevendo degli stranieri di regola fa assistere un interprete: noi eravamo soli. La porta d’ingresso era rimasta semiaperta, ma nessuno poteva ascoltare. Del colloquio riporterò quello che sono autorizzato a ripetere. La conversazione si è svolta in francese, che il sovrano, poliglotta, parla benissimo e senza accento, con voce chiara e quasi dolce. Io ho ringraziato l’Imperatore dell’onore accordatomi ricevendomi così alla buona – ero fra l’altro vestito di un bianco appena mitigato dalla cravatta nera – e di tutto ciò che ha fatto per gli italiani in un periodo doloroso e duro. Haile Selassie ha risposto:
‘Quello che abbiamo fatto nel passato per gl’italiani era il nostro dovere. Non abbiamo fatto gran cosa. Noi siamo stati avversari del fascismo e non del popolo italiano. Girate per il Paese e vedete come vivono e come son trattati gl’italiani. Non c’è odio. Quando rientrai ad Addis Abeba, avendo bisogno di farmi curare gli occhi, io chiamai un oculista italiano’.
GRANDI POSSIBILITA’
Ho quindi osservato che sebbene il ristabilire le relazioni diplomatiche sia cosa certamente ottima, la speranza comune dovrebbe essere di veder seguire al compimento delle formalità una collaborazione in vari campi: i popoli marciano volgendo lo sguardo all’avvenire. Haile Selassie ha risposto:
‘Se si lavorerà sinceramente, e le relazioni verranno bene impostate, il lavoro sarà fecondo. In questo ambito, quando manca la sincerità non si viene a capo di nulla’. Qui c’è stato un interessante intermezzo sulla sincerità in diplomazia ed in politica: fra i libri sulla materia da lui letti, l’Imperatore ne ha citato uno inglese che tratta della possibilità dell’insistere nel mentire e delle conseguenze relative.
L’Imperatore, se ho ben capito il suo pensiero, non desidera che nelle relazioni internazionali del suo Paese il fattore politico sostenga una parte sostanziale: eliminando il fattore politico si procede anzi meglio e gl’italiani dovrebbero sapere che l’avvenire dell’Etiopia offre grandi possibilità di sviluppo. L’Imperatore sa valutare l’importanza degli studi italiani sull’Etiopia, come pure sa che i suoi sudditi imparano dagl’italiani molti mestieri.
L’udienza era durata circa il doppio del tempo indicatomi e ritirandomi ho espresso l’augurio di poter tornare in Etiopia quando le relazioni diplomatiche saranno state veramente riprese: l’Imperatore salutandomi ha risposto (mi duole di non poter ripetere le sue parole), che le relazioni potevo considerarle già riprese. Il volpino bianco e rosso sonnecchiante sotto l’Imperiale poltrona non s’è mosso e non ha ringhiato neppure mentre uscivo lusingandomi, fra me e me (debolezze ne abbiamo tutti), d’essere stato protagonista d’un vernissage o di un prologo. Fuori, ministri, funzionari e persone in attesa di udienza hanno squadrato di nuovo il primo giornalista italiano, in teoria ancora suddito nemico, ricevuto dal loro sovrano, e credo che la notizia si sia diffusa con la rapidità caratteristica del giornale parlato.
SEI PRIGIONIERI
Se l’udienza avesse avuto luogo ad Addis Abeba, avrei pregato l’Imperatore di lasciarmi salutare gl’italiani che lavoravano stabilmente nel suo palazzo come muratori, elettricisti, giardinieri e meccanici: li conosce uno per uno e ne conosce desideri e bisogni. Poco tempo addietro ha pagato il viaggio di andata e ritorno ed ha regalato duecento sterline ad uno – mi sembra si chiami Ottolini – il quale voleva andare in Italia a vedere il padre ammalato e s’è mandato a chiamare il padre d’una bimba che aveva fatto la prima comunione dicendogli che la voleva accarezzare, ed ha fatto un bel regalo anche a lei.
Un giorno Haile Selassie, al fronte, vide arrivare sei prigionieri di guerra italiani laceri e divorati dai pidocchi: ordinò che venissero alloggiati in una casa affianco alla sua e messi in grado di fare un bagno, li rifornì di capi di vestiario suoi, dai fazzoletti ai pantaloni e alle maglie, per farli fumare prese le sigarette al suo medico, perché lui non fuma, e incaricò il figlio di occuparsi personalmente dei pasti. Rientrato ad Addis Abeba, e costretto a lasciare il Paese, prima di partire affidò i sei prigionieri al ministro di Francia, Bodard. Nel luglio del ’40, alleatasi l’Etiopia all’Inghilterra contro l’Italia, lanciò un proclama esortando il popolo a risparmiare le vite degl’italiani ed a trattare il nemico umanamente: nel maggio del ’41, risalendo sul trono, col primo decreto minacciò di impiccagione chiunque avesse toccato un italiano: e mai a un italiano è stato torto un capello. Si voleva infierire contro l’ultimo ministri di Etiopia a Roma, Afe Uorq, accusato di alto tradimento, e giustiziarlo, ma non lo permise: confinato, il vecchio Afe Uorq ha vissuto sino a pochi mesi or sono.
Nel centro di Addis Abeba, gl’italiani avevano tirato giù dal piedistallo, con grosse funi legate ad autocarri, il monumento in bronzo dorato di Menelik, e forse fu superfluo: comunque il monumento non venne distrutto, bensì lasciato in un deposito. Di nuovo padroni di Addis Abeba, gli etiopici rintracciarono il monumento e prima di rimetterlo a posto, il governatore si rivolse allo scultore italiano Galli affinché lo riparasse. Galli rispose che era, si, scultore, ma che monumenti politici non sapeva ripararne, ed il governatore minacciò fulmini e saette. Una mattina l’Imperatore fece avvertire Galli che sarebbe andato a visitare il suo studio. ‘Le dispiacerebbe, – gli chiese, avendo finito di osservare le sue opere – di fare il busto di Ras Makonnen, mio padre ? Si tratta di un lavoro non politico…“