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Guerra Italo-Etiopica Haile Selassie I - Testimonianze

LA STAMPA 23 Agosto 1951 – Italo Zingarelli

Tratto da “LA STAMPA”, 23 Agosto 1951
Articolo di Italo Zingarelli

“COLLOQUIO CON HAILE SELASSIE A DIRE DAUA

L’Imperatore d’Etiopia ci ha parlato degli italiani

Se si lavorerà sinceramente, egli ha detto, e se le relazioni tra i due popoli verranno ben impostate, il lavoro sarà fecondo – Nessun odio, ma stima e cordialità – Ricordi romani – Alcuni episodi significativi – Nel maggio del ’41: minaccia di impiccagione per chiunque avesse toccato un nostro connazionale – Storia di un monumento a Menelik

In agosto, che per l’umidità e il freddo – relativo – è il mese meno piacevole di Addis Abeba, l’Imperatore lascia la capitale e scende di circa 1.500 metri per godersi il caldo – relativo anch’esso – di Dire Daua: il caldo soffocante dell’Africa orientale imperversa in pianura e lungo la costa, da Massaua in giù, e Dire Daua è un refrigerio per i francesi di Gibuti, che si portano volentieri pure ad Harar, più alta.

LETTORE DI DANTE

L’imperatore va prima alle fonti termali di Erer, poi per alcuni giorni a Dire Daua, con un seguito di cinquanta o sessanta persone e un distaccamento della guardia. La vita della cittadina si trasforma: arrivano ministri, governatori, persone che ad Addis Abeba non trovano più i ministri, capi di cabile somale della frontiera, postulanti e curiosi. Sua Maestà viaggia in treno e in automobile – qui gira in una macchina americana carrozzata a giardiniera -, ma molti sudditi e dignitari preferiscono gli aerei della linea etiopica, che fanno un servizio comodo e rapido.

Haile Selassie alloggia nell’ex-palazzo dell’Infail, ben costruito dagli italiani e convenientemente adattato al nuovo uso, ed il vicino albergo della C.I.A.A.O. (a suo tempo concepito per un’utilizzazione provvisoria e dimostratosi capace di funzionare per parecchi anni) si riempie come un uovo: lo dirige uno svizzero cortese ed attivo, che vive in Africa ormai da anni, coadiuvato dalla moglie. L’Imperatore riceve gente a non finire, esce per andare nella pittoresca chiesa copta, visitare ospedali, scuole ed opifici, fra i quali regolarmente include il cotonificio e la cementeria; si informa sull’andamento della produzione e sul numero degli operai, chiede se occorrono impianti o macchine e vuol conoscere la prova data da nuovi impianti o metodi. Le condizioni dell’Impero fanno sì che il sovrano, innegabilmente lo spirito animatore d’ogni energia, non può limitarsi a regnare: egli deve governare, amministrare, e non vedendo e non sapendo non potrebbe riuscirvi.

Haile Selassie lavora duramente: si alza alle 6 del mattino, incomincia a ricevere alle 9, va a letto sempre dopo la mezzanotte. Le sue abitudini sono europee in fatto di cibi come nel vestire, però nelle feste nazionali, affinché le tradizioni non vadano perdute, desidera che ognuno porti lo sciamma, la larga e lunga fascia di panno bianco che dalle spalle scende sul petto sino a coprirlo. I suoi svaghi sono la lettura ed i films cinematografici, dei quali è un appassionato. Nella stanza da letto, a Addis Abeba, tiene l’Enciclopedia Treccani (capisce l’italiano benissimo, ma per ora almeno non lo parla) e legge Dante e ammira chi lo sa commentare; in certe situazioni ha riassunto il suo pensiero mormorando: ‘Non ti curar di lor, ma guarda e passa…’. Predilige i libri storici e filosofici e discorrendo con lui s’intuisce che la filosofia ha presa sul suo animo. Se potesse, visiterebbe l’Europa domani e ricorda volentieri le impressioni del viaggio che fece nel ’24, toccando anche Roma: del modo in cui lo accolse re Vittorio Emanuele III mi ha detto che ‘lo ricevette come un figlio’. Parole pronunziate senza enfasi.

L’Imperatore mi ha ricevuto all’indomani del mio arrivo a Dire Daua, alle 11: il primo giornalista italiano che varcava la sua soglia nel dopoguerra è stato seguito da sguardi curiosi e da un lieve bisbigliare. Il suo studio è al pianterreno e vi si entra direttamente dal porticato, senza attraversare anticamera: quando il gigantesco aiutante di campo colonnello Makonnen mi ha introdotto, mi sono trovato di colpo alla presenza del Negus Neghesti (titolo in verità soppiantato da quello di Imperatore), che m’aspettava in piedi dietro allo scrittoio collocato davanti alla parete di fondo.

Il cerimoniale s’è limitato ad un inchino entrando e ad un altro mentre il sovrano mi porgeva la mano. Quindi l’Imperatore, sedendo, mi ha invitato a prender posto dirimpetto. Il tempo di dare uno sguardo all’ambiente mi è mancato, giacché la conversazione è incominciata subito: so di aver camminato su tappeti e mi sembra che le pareti del salone fossero nude. L’Imperatore vestiva di avana chiaro e portava una cravatta fantasia intonata al fazzoletto che sbucava dal taschino. Appariva riposato, mentre a Addis Abeba, il giorno della rivista dei complementi in partenza per la Corea, dava un’impressione di stanchezza.

L’Imperatore ricevendo degli stranieri di regola fa assistere un interprete: noi eravamo soli. La porta d’ingresso era rimasta semiaperta, ma nessuno poteva ascoltare. Del colloquio riporterò quello che sono autorizzato a ripetere. La conversazione si è svolta in francese, che il sovrano, poliglotta, parla benissimo e senza accento, con voce chiara e quasi dolce. Io ho ringraziato l’Imperatore dell’onore accordatomi ricevendomi così alla buona – ero fra l’altro vestito di un bianco appena mitigato dalla cravatta nera – e di tutto ciò che ha fatto per gli italiani in un periodo doloroso e duro. Haile Selassie ha risposto:

‘Quello che abbiamo fatto nel passato per gl’italiani era il nostro dovere. Non abbiamo fatto gran cosa. Noi siamo stati avversari del fascismo e non del popolo italiano. Girate per il Paese e vedete come vivono e come son trattati gl’italiani. Non c’è odio. Quando rientrai ad Addis Abeba, avendo bisogno di farmi curare gli occhi, io chiamai un oculista italiano’.

GRANDI POSSIBILITA’

Ho quindi osservato che sebbene il ristabilire le relazioni diplomatiche sia cosa certamente ottima, la speranza comune dovrebbe essere di veder seguire al compimento delle formalità una collaborazione in vari campi: i popoli marciano volgendo lo sguardo all’avvenire. Haile Selassie ha risposto:

‘Se si lavorerà sinceramente, e le relazioni verranno bene impostate, il lavoro sarà fecondo. In questo ambito, quando manca la sincerità non si viene a capo di nulla’. Qui c’è stato un interessante intermezzo sulla sincerità in diplomazia ed in politica: fra i libri sulla materia da lui letti, l’Imperatore ne ha citato uno inglese che tratta della possibilità dell’insistere nel mentire e delle conseguenze relative.

L’Imperatore, se ho ben capito il suo pensiero, non desidera che nelle relazioni internazionali del suo Paese il fattore politico sostenga una parte sostanziale: eliminando il fattore politico si procede anzi meglio e gl’italiani dovrebbero sapere che l’avvenire dell’Etiopia offre grandi possibilità di sviluppo. L’Imperatore sa valutare l’importanza degli studi italiani sull’Etiopia, come pure sa che i suoi sudditi imparano dagl’italiani molti mestieri.

L’udienza era durata circa il doppio del tempo indicatomi e ritirandomi ho espresso l’augurio di poter tornare in Etiopia quando le relazioni diplomatiche saranno state veramente riprese: l’Imperatore salutandomi ha risposto (mi duole di non poter ripetere le sue parole), che le relazioni potevo considerarle già riprese. Il volpino bianco e rosso sonnecchiante sotto l’Imperiale poltrona non s’è mosso e non ha ringhiato neppure mentre uscivo lusingandomi, fra me e me (debolezze ne abbiamo tutti), d’essere stato protagonista d’un vernissage o di un prologo. Fuori, ministri, funzionari e persone in attesa di udienza hanno squadrato di nuovo il primo giornalista italiano, in teoria ancora suddito nemico, ricevuto dal loro sovrano, e credo che la notizia si sia diffusa con la rapidità caratteristica del giornale parlato.

SEI PRIGIONIERI

Se l’udienza avesse avuto luogo ad Addis Abeba, avrei pregato l’Imperatore di lasciarmi salutare gl’italiani che lavoravano stabilmente nel suo palazzo come muratori, elettricisti, giardinieri e meccanici: li conosce uno per uno e ne conosce desideri e bisogni. Poco tempo addietro ha pagato il viaggio di andata e ritorno ed ha regalato duecento sterline ad uno – mi sembra si chiami Ottolini – il quale voleva andare in Italia a vedere il padre ammalato e s’è mandato a chiamare il padre d’una bimba che aveva fatto la prima comunione dicendogli che la voleva accarezzare, ed ha fatto un bel regalo anche a lei.

Un giorno Haile Selassie, al fronte, vide arrivare sei prigionieri di guerra italiani laceri e divorati dai pidocchi: ordinò che venissero alloggiati in una casa affianco alla sua e messi in grado di fare un bagno, li rifornì di capi di vestiario suoi, dai fazzoletti ai pantaloni e alle maglie, per farli fumare prese le sigarette al suo medico, perché lui non fuma, e incaricò il figlio di occuparsi personalmente dei pasti. Rientrato ad Addis Abeba, e costretto a lasciare il Paese, prima di partire affidò i sei prigionieri al ministro di Francia, Bodard. Nel luglio del ’40, alleatasi l’Etiopia all’Inghilterra contro l’Italia, lanciò un proclama esortando il popolo a risparmiare le vite degl’italiani ed a trattare il nemico umanamente: nel maggio del ’41, risalendo sul trono, col primo decreto minacciò di impiccagione chiunque avesse toccato un italiano: e mai a un italiano è stato torto un capello. Si voleva infierire contro l’ultimo ministri di Etiopia a Roma, Afe Uorq, accusato di alto tradimento, e giustiziarlo, ma non lo permise: confinato, il vecchio Afe Uorq ha vissuto sino a pochi mesi or sono.

Nel centro di Addis Abeba, gl’italiani avevano tirato giù dal piedistallo, con grosse funi legate ad autocarri, il monumento in bronzo dorato di Menelik, e forse fu superfluo: comunque il monumento non venne distrutto, bensì lasciato in un deposito. Di nuovo padroni di Addis Abeba, gli etiopici rintracciarono il monumento e prima di rimetterlo a posto, il governatore si rivolse allo scultore italiano Galli affinché lo riparasse. Galli rispose che era, si, scultore, ma che monumenti politici non sapeva ripararne, ed il governatore minacciò fulmini e saette. Una mattina l’Imperatore fece avvertire Galli che sarebbe andato a visitare il suo studio. ‘Le dispiacerebbe, – gli chiese, avendo finito di osservare le sue opere – di fare il busto di Ras Makonnen, mio padre ? Si tratta di un lavoro non politico…

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Haile Selassie I - Testimonianze

E. ULLENDORFF, Docente Accademico di Lingue Semitiche – 1964

E. ULLENDORFF, Docente Accademico di Lingue Semitiche.
Articolo tratto da “The Guardian” (Regno Unito), 4 Marzo 1964

“Conosco l’Etiopia da quasi un quarto di secolo, e ho rivisitato il paese ad intervalli di pochi anni. Ma la trasformazione, sottile eppur pervasiva, che si è verificata sin dal mio ultimo viaggio nel 1958 è probabilmente più profonda e significativa di qualunque altro cambiamento sin dai giorni di cui Gibbon poteva scrivere, con una qualche giustizia, che “circondati su tutti i lati dai nemici della loro religione, gli Etiopi dormirono circa mille anni, dimentichi del mondo che li aveva dimenticati’.

L’Etiopia non è dimenticata adesso. Ha smesso di essere un paese Semitico minore e in qualche modo periferico nel Medio Oriente, ed è diventata una potenza in Africa, la sede della Commissione Economica per l’Africa, e il luogo della prima conferenza dei Capi di Governo Africani. L’Imperatore, che alcuni dei suoi sudditi più giovani avevano considerato ‘fuori gioco’ al tempo della rivolta del 1960, ha nettamente girato il tavolo a coloro che volevano andare in Africa e sommergere la loro identità in un amorfo nazionalismo Africano. Invece, egli ha portato l’Africa ad Addis Abeba ed egli stesso è emerso come uno dei leader del continente.

Lo statista solitario e dignitoso della Ginevra del 1936 ha prestato statura, un senso del proposito, e un sentimento di tradizione e continuità all’Africa del 1964. ‘Il Leone di Giuda ha prevalso’ non soltanto nel proprio paese, ma per tutto un continente che, soltanto pochi anni prima, aveva pensato a lui come la reliquia di un passato a lungo dimenticato. (…)

Il passo della riforma e dell’avanzamento è stato forse maggiore, e certamente più visibile, nell’emancipazione delle donne. In poco più di una decade le donne Etiopi sono emerse dal Medio Evo e sono entrate nell’Era Moderna con una grazia, un fascino e una bellezza che hanno trasformato l’altrimenti scialba e uniforme scena urbana nel mondo più meraviglioso ed efficace. (…)

L’Etiopia rimane uno dei paesi più belli così come più mitopoietici. A presiedere su tutto ciò con sereno distacco e dignità senza rivali, c’è l’uomo che, per quasi 50 anni, ha guidato il destino dell’Etiopia, prima come Reggente e, sin dal 1930, come Imperatore. A quasi 72 anni Haile Selassie non tradisce nessuno dei segni esteriori della settantina: la sua figura sobria ed eretta, le sue mani meravigliose, e i suoi occhi penetranti sono cambiati scarsamente; la sua mente è vigile così come una generazione fa, e il suo ascendente sui suoi sudditi – o anche sui suoi visitatori – rimane praticamente completo.”

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Haile Selassie I - Testimonianze

Generale E.Virgin, Alto Militare Svedese, 1936

“Sua Maestà l’Imperatore Haile Selassie I, Re dei Re, Scelto di Dio, Leone Conquistatore del Lignaggio di Giuda, discendente di Re Salomone e della Regina di Saba, siede immobile, avvolto nel suo setoso mantello nero che nasconde l’altro suo vestito. I pensieri di ognuno involontariamente si volgono all’immagine di un qualche dio Orientale, fin quando non ci si avvicini e si possano distinguere i suoi tratti. E’ un individuo vivente, pensante, senziente che siede sul trono imperiale d’Abissinia. I suoi occhi sono tersi, saggi e penetranti. Dall’alta fronte scaturisce il naso delicato, ben proporzionato. La forse debole bocca è attorniata da una corta barba e baffi, nero carbone come i suoi spessi capelli. Il colore del suo volto è bronzo dorato scuro. Quando dà la sua mano insolitamente ben-formata, piccola ma forte, un sorriso luminoso accende i tratti scuri e gli occhi tristi.”
(Tratto da “The Abyssinia I Knew”, Generale Virgin, London 1936, pag. 62)
“Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.”
(Apocalisse 1, 15-16)
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Haile Selassie I - Testimonianze

The Chicago Defender – 8 Novembre 1930

Tradotto dal quotidiano Statunitense “The Chicago Defender”, 8 Novembre 1930. Un articolo di Louis J. Morand.

L’INCORONAZIONE DI RAS TAFARI SEGNATA DALLO SPLENDORE

Il più vecchio regno della terra ha appena incoronato il suo 334esimo governante. Domenica, allo scoccare del giorno, la cerimonia d’incoronazione che ha reso Ras Tafari Makonnen l’Imperatore Haile Selassie I, Signore Re dei Re d’Etiopia, Leone Conquistatore di Giuda ed Eletto di Dio, si è svolta tra gli splendori del vecchio mondo, che ha trasformato questa città di 60.000 abitanti in qualcosa che si avvicina alle pagine di ‘Le Mille e Una Notte’.

E’ stata una scena tale a cui non si è assistito per molti secoli in Africa, e raramente, se mai prima, in qualunque altra parte del mondo. (…)

In seguito ad una serie di cerimonie di minore importanza, il ras e la sua principessa si sono preparati Sabato sera per un’intera notte di veglia nella Cattedrale di San Giorgio, dove sono rimasti in preghiera lunga e continua per ricevere la forza di governare il loro popolo giustamente, fino allo scoccare dell’alba di Domenica mattina, quando guidati dai preti e dagli arcipreti del regno, Ras Tafari e la Principessa Woizero sono passati attraverso una lunga fila di sudditi inchinati nella sala d’incoronazione recentemente costruita, dove l’arcivescovo Copto d’Etiopia ha posto una corona d’oro e gioielli sulla terra di Ras Tafari.

‘Questa corona sarà la corona della tua gloria’, ha cantato l’arcivescovo con voce chiara e nella pittoresca lingua dell’Etiopia, e l’imperatore ha risposto, ‘Io sono il più piccolo dei tuoi fratelli’.

(…)

Ha regnato un’assoluta quiete per tutta la città durante la cerimonia. Sebbene 300,000 anime abbiano affollato un territorio che normalmente ne alloggia e sfama soltanto 60,000, c’era la pace e quiete di una Domenica mattina ordinaria. Le voci dell’arcivescovo e dell’imperatore potevano essere chiaramente udite dalla folla all’esterno della sala (nessuno è stato ammesso alla cerimonia, tranne sacerdoti e alti ufficiali di stato). Allora, quando l’ultima parola è stata pronunciata, e il nuovo imperatore, potente governante dei Leoni di Giuda, si è alzato dalla sua posizione genuflessa dinanzi all’altare, una potente esultanza è rimbombata contro le tre colline su cui è situata Addis Ababa, 8.000 piedi sul livello del mare, ed ha inviato echi ruggenti nella giungla. Cembali e tamburi, che erano rimasti in silenzio durante la cerimonia, hanno emesso il loro calore di giubilo, e le voci ancora una volta hanno ripreso i loro urrà per il proprio signore.

(…)

L’Etiopia è uno dei paesi più unici e pittoreschi del mondo. Si crede che il paese sia stato fondato più di 2000 anni prima della nascita di Cristo. La casa regnante da cui Ras Tafari proviene fu fondata, secondo la storia ufficiale, quando la Regina di Saba visitò Re Salomone, per ricevere il suo consiglio riguardo al paese.”

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Haile Selassie I - Testimonianze

J.A. Rogers – Giornalista e Scrittore Afro-Americano -1972

“Hailè Selassie era gradevole e molto affabile, ma pieno di dignità naturale. Il suo volto irradiava intelligenza, gentilezza, buona indole e immense riserve di potere. Sorrideva spesso. Vero cristiano, osservava sempre i più nobili precetti della sua fede. Quando un uomo che aveva tentato di assassinarlo fu condannato a morte, Hailè Selassie non solo rifiutò di firmare il mandato, ma lo perdonò. Abolì anche le impiccagioni pubbliche; la mutilazione dei ladri abituali; e si sforzò di sostituire la vecchia legge mosaica, in base alla quale un assassino viene consegnato al parente più prossimo della vittima, con la giustizia moderna. Ma si dice anche che non dimenticasse mai un nemico.

Quasi tutti coloro che entrarono in contatto con lui rimasero impressionati dalla sua personalità. (…)

Il suo carattere si distingue nettamente da quello di Mussolini. Quest’ultimo glorificava la guerra. Il suo metodo per risolvere i problemi con un rivale era minacciarlo e, se ciò non bastava, ucciderlo. Hailè Selassie, sulla d’altra parte, favoriva la pace. Il suo metodo per allontanare i rivali era il ragionamento e la conciliazione. Nel 1935 affermò: Faremo tutto il possibile per evitare una guerra indegna della civiltà. Speriamo che il diritto e la giustizia prevalgano sempre sulla forza’. Mussolini disse. ‘La guerra è appropriata per un uomo come la maternità lo è per una donna. Sostengo che la pace sia una virtù negativa. È solo in guerra che si viene rivelati in una luce adatta’.

Nato con un potere autocratico, Haile Selassie vi rinunciò volontariamente e si sforzò di fare dell’Etiopia una democrazia. Mussolini, cresciuto sotto una monarchia costituzionale e un tempo socialista lui stesso, era più dispotico di un sultano o di uno zar.

Haile Selassie apparteneva a una delle più antiche famiglie del mondo, reali o meno. Discendeva dal re Ori, 4470 a.C. Sapeva nominare tutte i regnanti, i suoi antenati, che vennero dopo Ori. Nonostante la sua discendenza super-aristocratica e il fatto che fosse investito di un potere più assoluto di quello che Mussolini era in grado di conquistare, era modesto, tranquillo, affabile e completamente privo di pretese. Mussolini, d’altro canto, era il discendente di una famiglia che era stata contadina per tre secoli. Suo padre era un fabbro. Lui stesso era un povero maestro di scuola, che attraverso la spietatezza e l’abilità salì al potere supremo nella sua terra natale. Mentre è il carattere, non la nascita, ad essere importante, e mentre i servi che salgono al potere a volte diventano padroni capaci e premurosi, Mussolini esibiva tutti i tratti odiosi del servo che è salito all’autorità come menzionato nella Bibbia. Era un millantatore, uno sbruffone, uno spaccone. Il suo patriottismo era a buon mercato perché ogni sua mossa e gesto era spurio e calcolato per impressionare la plebe. Come ogni parvenu, si metteva in mostra in continuazione. (…)

Haile Selassie, d’altro canto, era tutto ciò che un vero aristocratico dovrebbe essere. In ogni sua mossa era un gentiluomo e si distingueva come un saggio leader, uno statista non solo di cervello, ma di cuore. Come tale era un sovrano nel miglior senso della parola. (…)

Ecco un modello per tutti gli statisti. Con un simile atteggiamento prevalente in tutto il mondo, le guerre non ci sarebbero più. Migliaia di anni fa l’Etiopia diede al mondo il primo ideale di giusto e sbagliato, la prima moralità. Haile Selassie indicò la strada verso l’amicizia e la fratellanza interrazziale e internazionale, il vero obiettivo della civiltà. Poneva il diritto al di sopra della politica.

Nell’aspetto personale Haile Selassie era ugualmente attraente. I suoi lineamenti squisitamente cesellati riflettevano raffinatezza, cultura, amabilità e sagacia intellettuale. Nessuna sua foto era in grado di catturare l’essenza del suo spirito. Per quanto riguarda l’impressione generale che ne abbiamo, è stato veramente descritto come una ‘edizione nera del Cristo dipinto’.

Di Haile Selassie si potrebbe quasi dire: ‘Ecco l’uomo perfetto’.”

(Tratto da “World’s Great Men of Color” Vol. I, di J.A. Rogers, 1972)

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Haile Selassie I - Testimonianze

Generale E.Virgin, Consigliere Militare Svedese – 1936

“Per mezzo della sua sapienza, del suo auto-controllo, della sua energia, del suo coraggio e della sua scaltrezza, l’Imperatore Haile Selassie ha trovato il modo di aggirare gli ostacoli che lo assediavano; ma nella sua lotta per il potere egli ha anche mostrato umanità e nobiltà di carattere. Oltre a quei suoi nemici che sono caduti in battaglia, con le armi nelle loro mani, egli non ha mai ucciso nessuno. (…) Dei rimanenti avversari, in effetti alcuni sono ancora in prigione, ma molti altri sono stati reintegrati nelle loro vecchie posizioni e sono adesso leali alleati dell’Imperatore. La vena di durezza e crudeltà, caratteristica di così tanti autocrati Orientali, è del tutto assente nel presente Imperatore d’Abissinia”.
(tratto da “The Abyssinia I Knew”, General E.Virgin, London 1936)

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Haile Selassie I - Testimonianze

LA STAMPA – 8 Settembre 1966

“La Stampa”, 8 Settembre 1966
Articolo di Ferdinando Vegas

“HAILE SELASSIE – LA VISITA IN ITALIA

La visita in Italia dell’imperatore Haile Selassie di Etiopia sarà un avvenimento molto diverso dalle solite visite ufficiali, così frequenti oggi fra i capi di Stato. E’ infatti un caso più unico che raro che un sovrano, dopo essere stato aggredito e privato del regno da un Paese, vi giunga da amico, senza albergare nel proprio animo il più lontano sentimento di rancore.

L’atteggiamento di Haile Selassie verso i suoi antichi nemici si fonda su un elemento razionale: la distinzione che egli ha sempre fatto, e pubblicamente dichiarato, tra il fascismo e il popolo italiano. L’intero popolo, secondo l’Imperatore, non può essere tenuto responsabile di un’impresa voluta da Mussolini e dai dirigenti fascisti; anche se molti italiani – bisogna riconoscerlo per debito di oggettività storica – si lasciarono allora ubriacare da un’abile propaganda.

Quando i grandi imperi coloniali sembravano ancora solidi e fiorenti, non era certo facile per un italiano (che il regime fascista aveva isolato dal contatto con la realtà internazionale) comprendere quanto fosse anacronistica l’avventura imperiale del duce. Trent’anni fa, invero, gli imperi coloniali già scricchiolavano, dall’India all’Egitto al Medio Oriente; uno statista preveggente si sarebbe reso conto che l’era del colonialismo volgeva inesorabilmente alla fine. Così l’impresa d’Etiopia poteva agevolmente riuscire, come riuscì, sul piano immediato, della conquista militare, ma al prezzo di rompere il precario equilibrio internazionale e dare inizio alla serie di aggressioni che sarebbe sfociata nella seconda guerra mondiale.

Il fragile, neonato impero italiano fu travolto nel corso stesso della guerra. Haile Selassie rientrò ad Addis Abeba nel maggio del 1941, esattamente cinque anni dopo che l’aveva occupata il Maresciallo Badoglio. Ed alla folla acclamante l’Imperatore raccomandò subito: ‘Non ripagate il male con il male. Non vi macchiate di atti di crudeltà…’. Qualche settimana prima, nel proclama emanato mentre era in marcia verso la capitale, Haile Selassie così si era espresso: ‘Io vi raccomando di accogliere in modo conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno con o senza armi. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano’.

L’azione di Haile Selassie protesse dunque gli italiani d’Etiopia da ogni atto di ritorsione, nel delicato momento del trapasso dei poteri. In seguito, l’Imperatore ha sempre dimostrato una particolare predilezione per i nostri concittadini rimasti nel suo Paese, tanto che la comunità italiana è la più fiorente tra quelle straniere, con un’ottima posizione materiale e morale. Compiuta dunque felicemente la riconciliazione tra Italia ed Etiopia, la visita di Haile Selassie, oltre e più che porre il sigillo sul passato, dovrebbe dischiudere migliori possibilità di collaborazione per il futuro.

L’Etiopia infatti, come tutti i Paesi in via di sviluppo, ha grande bisogno dell’aiuto dei Paesi progrediti. La struttura arcaica dell’impero, sostanzialmente ancora a regime feudale, non si presta ad un salto brusco nel mondo moderno, a meno che non si voglia tentare la scorciatoia rivoluzionaria, con tutti i rischi che essa comporta. La direttiva fondamentale di Haile Selassie è appunto di guidare gradualmente il Paese verso la necessaria evoluzione, con un metodo che è indubbiamente paternalistico, ma tiene conto dell’effettiva realtà dell’Etiopia: il 95 per cento di analfabeti, fuori dalla capitale, i due terzi della terra in mano ai grandi feudatari e al clero copto.

La scelta della via riformistica, anche se perseguita dall’Imperatore con grande serietà e tenacia, non poteva non suscitare il malcontento degli elementi più impazienti, esploso nella sanguinosa rivolta del dicembre 1960. Ancora una volta Haile Selassie, che si trovava in visita al Brasile, dava prova di coraggio, riprendendo in mano la situazione, senza operare vendette e senza abbandonare il corso riformistico. D’altra parte sul piano internazionale, l’Imperatore ha inserito l’Etiopia nel vivo del movimento progressista e unitario africano; mentre mantiene cordiali rapporti, sottolineati dalle sue visite, col mondo occidentale e con quello orientale.

Roma, a parte Pechino, è l’ultima delle grandi capitali che Haile Selassie non ha ancora visitato come sovrano. Ora la lacuna sta per essere colmata e finalmente l’Imperatore esaudirà il desiderio, tante volte espresso ad ospiti italiani, di cementare la rinnovata amicizia appunto con un viaggio nel nostro Paese. Possa sentire, dal benvenuto che gli porgiamo, e dalle calorose accoglienze che lo accompagneranno, quanto è sinceramente ricambiata da noi l’amicizia.”

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RADIOCORRIERE – 21 Luglio 1963

“Tuttavia l’Imperatore ha mostrato di comprendere i problemi del Paese, imboccando la strada delle caute riforme sociali, della lotta all’analfabetismo, aprendo le porte alla collaborazione internazionale. Oggi in Etiopia si possono incontrare tecnici ed esperti di ogni parte del mondo. Non solo italiani, molti dei quali sono rimasti sin dai tempi dell’occupazione e che godono tuttavia di molta stima e simpatia, ma inglesi, francesi, russi, americani, svedesi. L’Etiopia è il Paese africano che ha il maggior numero di rappresentanze diplomatiche all’estero. La politica di Haile Selassie è molto cauta ed accorta: una linea di neutralismo che si avverte anche nella costante ricerca di equilibrare gli aiuti internazionali sempre in modo che l’apporto di nessun Paese possa prevalere decisamente su quello degli altri.

Questo equilibrio, questo acuto senso della moderazione e dell’arte del possibile, l’anziano imperatore cerca ora di esercitarlo sul piano della politica continentale portando l’Etiopia in una posizione d’avanguardia nell’impegno per l’indipendenza e l’unità dell’Africa”.

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Grande Dizionario Enciclopedico UTET – 1957

“HAYLA SELLASE I. Imperatore di Etiopia (Harar, 1891 – vivente). Nipote, per parte di madre, di Menelik, ras Tafari Makonnen (tale è il suo nome originario), studiò ad Addis Abeba, poi fu governatore del Sidama e nel 1911 dell’intero Harar. Proclamato erede al trono in seguito alla caduta di Iyasu nel 1916, assunse il titolo di ‘negus’, finché, per la morte dell’imperatrice Zauditù, di cui era stato reggente, divenne nel 1930 ‘negus neghesti’ (re dei re). Già era riuscito come reggente a far ammettere l’Etiopia nella Società delle Nazioni (1923), a istituire una rappresentanza presso gli Stati europei, a firmare un trattato ventennale di amicizia con l’Italia nel 1928. Come sovrano la sua azione fu ispirata da accorto senso delle possibilità e da sincero desiderio di avviare l’Etiopia a forme di vita economica, politica e sociale più moderne. Nel luglio 1931 emanò una costituzione bicamerale, che mirava a mitigare il potere feudale dei ras latifondisti e a rafforzare l’autorità monarchica. Decisiva fu, nel suo regno, la crisi del 1935-36 con l’Italia fascista. L’aggressione ordinata da Mussolini portò, dopo una guerra abbastanza rapida, alla conquista di tutta l’Etiopia da parte italiana e poi a una guerriglia di resistenza da parte di Hayla Sellase I, che infine dovette riparare al di là dei confini. Tornato il 5-V-1941 ad Addis Abeba, Hayla Sellase I seppe destreggiarsi fra le correnti xenofobe interne e le pressioni degli Inglesi occupanti e, servendosi con abilità delle trasformazioni sociali ed economiche compiute dagli Italiani, nonché dell’aiuto finanziario e tecnico degli Inglesi e degli Americani, cercò di accelerare lo sviluppo strutturale dell’Etiopia. Riuscì di fatto a promuovere la formazione di un primo nucleo dirigente e a varare nel novembre 1955 una nuova, più moderna costituzione fondata sul suffragio universale. Nel campo internazionale ottenne significativi successi con la firma della Carta dell’O.N.U., la partecipazione alla Conferenza di Londra del 1947 sulla questione dei territori italiani d’Africa, l’acquisto della corona dell’Eritrea nel 1950, i viaggi nelle capitali mondiali nel 1954.”

(Tratto dal “Grande Dizionario Enciclopedico”, Utet 1957)

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Haile Selassie I - Testimonianze

L.B. Johnson – Presidente degli Stati Uniti – 1967

Il Presidente degli Stati Uniti L.B. Johnson – 14 Febbraio 1967:

Vostra Maestà Imperiale, Sig. Vice Presidente, Sig. Giudice Capo, distinti ospiti, signore e signori:

E’ un alto privilegio questa notte onorare uno dei più coraggiosi, lungimiranti e rispettati statisti di questo secolo, che ha guadagnato un posto indelebile nel cuore degli uomini ovunque.

Monarca del regno Cristiano più vecchio e di un’antica civiltà, voi, Vostra Maestà, personificate per noi lo spirito eterno di devozione alla libertà e all’indipendenza del vostro popolo Etiope.

L’essenza del carattere Etiope fu riposta nelle vostre toccanti parole molti anni fa: “Con l’aiuto di Dio, siamo sempre stati fieri e liberi sulle nostre montagne native”.

E’ difficile per me esprimervi questa notte il posto veramente speciale che voi occupate nella nostra tradizione.

In vero, nella tradizione di tutto il genere umano.

Molti di noi in questa stanza stanotte richiamano alla mente la notte del 28 Giugno 1936, quando l’Imperatore d’Etiopia fece un appello alla Società delle Nazioni.

Un appello per il suo popolo sofferente che fu anche un appello veramente commovente alla coscienza dell’umanità.

La domanda finale di Vostra Maestà alla Società è riecheggiata per molti anni con impatto profetico:

“Chiedo alle 52 nazioni che hanno dato al popolo Etiope la promessa di aiutarlo nella sua resistenza all’aggressore, cosa vogliono fare per l’Etiopia? “

“E alle grandi potenze che hanno promesso di garantire la sicurezza collettiva ai piccoli stati su cui pesa la minaccia di subire un giorno il fato dell’Etiopia, io chiedo, che misure intendente prendere ?”

“Rappresentanti del mondo, sono venuto a Ginevra per assolvere in mezzo a voi il più doloroso dei doveri di un capo di stato.”

“Che risposta dovrò portare indietro al mio popolo?”

Noi tutti conosciamo – per la nostra vergogna – la risposta che Vostra Maestà ha ricevuto..

Il tradimento dell’Etiopia fu in verità il punto di svolta sulla strada verso l’aggressione e la guerra.

La sua lezione è stata incisa nella nostra memoria e ci ha spronato a costruire un mondo dove i solidi impegni a resistere all’oppressione non sono più soltanto pezzi di carta.

Vostra Maestà, richiamiamo con grande piacere anche il vostro ritorno trionfale ad Addis Abeba. E la vostra rimarchevole ricostruzione della vostra nazione quando avete posto in atto i vostri ideali di modernizzazione a lungo sostenuti e a lungo frustrati:

— costruendo scuole, una bella università, ospedali, dighe, aeroporti, fabbriche;

— volgendo Addis Abeba in una città moderna, bellissima, dinamica;

–proclamando una costituzione riveduta e un sistema legale;

–addestrando i giovani Etiopi ai compiti del futuro nel 20° secolo. Vostra Maestà, non avete confinato il vostro concernimento soltanto al vostro popolo.

Abbiamo tutti assistito, e possiamo testimoniare a riguardo con ammirazione, alla vostra impressionante performance come leader dei molti e diversi popoli dell’Africa – e come mediatore nei confronti potenzialmente esplosivi tra i vari stati Africani.

L’Organizzazione dell’Unità Africana – che la vostra iniziativa nel 1963 ha contribuito a creare – è una delle istituzioni più promettenti nel movimento verso pace, ragione e unità nel grande Continente dell’Africa.

E’ stato sempre un privilegio e piacere unico per me avere un’opportunità di scambiare vedute sugli affari internazionali con uno di coloro che io considero uno dei più grandi statisti anziani del mondo.

Oggi, come nel 1963 quando parlammo l’ultima volta, abbiamo avuto un immediato senso della grande comprensione e rispetto reciproci che i nostri popoli nutrono uno per l’altro.

Vostra Maestà, noi facciamo profondamente tesoro di questa relazione. E’ la mia più genuina e sincera speranza che le successive generazioni dei nostri popoli continuino a rinforzare il solido edificio della cordialità e della comprensione Etio-Americana.

In questa felice occasione, qui questa notte nella prima casa di questa terra, la Sig.ra Johnson e io, a nome dei nostri distinti ospiti, di tutti quelli che hanno avuto il privilegio di venire qui ed essere insieme questa notte, e certamente a nome di tutto il popolo Americano, proponiamo un brindisi a Vostra Maestà – statista rispettato, costruttore di pace nel mondo, e onoratissimo e fidatissimo amico.

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