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Guerra Italo-Etiopica Haile Selassie I - Testimonianze

LA STAMPA 23 Agosto 1951 – Italo Zingarelli

Tratto da “LA STAMPA”, 23 Agosto 1951
Articolo di Italo Zingarelli

“COLLOQUIO CON HAILE SELASSIE A DIRE DAUA

L’Imperatore d’Etiopia ci ha parlato degli italiani

Se si lavorerà sinceramente, egli ha detto, e se le relazioni tra i due popoli verranno ben impostate, il lavoro sarà fecondo – Nessun odio, ma stima e cordialità – Ricordi romani – Alcuni episodi significativi – Nel maggio del ’41: minaccia di impiccagione per chiunque avesse toccato un nostro connazionale – Storia di un monumento a Menelik

In agosto, che per l’umidità e il freddo – relativo – è il mese meno piacevole di Addis Abeba, l’Imperatore lascia la capitale e scende di circa 1.500 metri per godersi il caldo – relativo anch’esso – di Dire Daua: il caldo soffocante dell’Africa orientale imperversa in pianura e lungo la costa, da Massaua in giù, e Dire Daua è un refrigerio per i francesi di Gibuti, che si portano volentieri pure ad Harar, più alta.

LETTORE DI DANTE

L’imperatore va prima alle fonti termali di Erer, poi per alcuni giorni a Dire Daua, con un seguito di cinquanta o sessanta persone e un distaccamento della guardia. La vita della cittadina si trasforma: arrivano ministri, governatori, persone che ad Addis Abeba non trovano più i ministri, capi di cabile somale della frontiera, postulanti e curiosi. Sua Maestà viaggia in treno e in automobile – qui gira in una macchina americana carrozzata a giardiniera -, ma molti sudditi e dignitari preferiscono gli aerei della linea etiopica, che fanno un servizio comodo e rapido.

Haile Selassie alloggia nell’ex-palazzo dell’Infail, ben costruito dagli italiani e convenientemente adattato al nuovo uso, ed il vicino albergo della C.I.A.A.O. (a suo tempo concepito per un’utilizzazione provvisoria e dimostratosi capace di funzionare per parecchi anni) si riempie come un uovo: lo dirige uno svizzero cortese ed attivo, che vive in Africa ormai da anni, coadiuvato dalla moglie. L’Imperatore riceve gente a non finire, esce per andare nella pittoresca chiesa copta, visitare ospedali, scuole ed opifici, fra i quali regolarmente include il cotonificio e la cementeria; si informa sull’andamento della produzione e sul numero degli operai, chiede se occorrono impianti o macchine e vuol conoscere la prova data da nuovi impianti o metodi. Le condizioni dell’Impero fanno sì che il sovrano, innegabilmente lo spirito animatore d’ogni energia, non può limitarsi a regnare: egli deve governare, amministrare, e non vedendo e non sapendo non potrebbe riuscirvi.

Haile Selassie lavora duramente: si alza alle 6 del mattino, incomincia a ricevere alle 9, va a letto sempre dopo la mezzanotte. Le sue abitudini sono europee in fatto di cibi come nel vestire, però nelle feste nazionali, affinché le tradizioni non vadano perdute, desidera che ognuno porti lo sciamma, la larga e lunga fascia di panno bianco che dalle spalle scende sul petto sino a coprirlo. I suoi svaghi sono la lettura ed i films cinematografici, dei quali è un appassionato. Nella stanza da letto, a Addis Abeba, tiene l’Enciclopedia Treccani (capisce l’italiano benissimo, ma per ora almeno non lo parla) e legge Dante e ammira chi lo sa commentare; in certe situazioni ha riassunto il suo pensiero mormorando: ‘Non ti curar di lor, ma guarda e passa…’. Predilige i libri storici e filosofici e discorrendo con lui s’intuisce che la filosofia ha presa sul suo animo. Se potesse, visiterebbe l’Europa domani e ricorda volentieri le impressioni del viaggio che fece nel ’24, toccando anche Roma: del modo in cui lo accolse re Vittorio Emanuele III mi ha detto che ‘lo ricevette come un figlio’. Parole pronunziate senza enfasi.

L’Imperatore mi ha ricevuto all’indomani del mio arrivo a Dire Daua, alle 11: il primo giornalista italiano che varcava la sua soglia nel dopoguerra è stato seguito da sguardi curiosi e da un lieve bisbigliare. Il suo studio è al pianterreno e vi si entra direttamente dal porticato, senza attraversare anticamera: quando il gigantesco aiutante di campo colonnello Makonnen mi ha introdotto, mi sono trovato di colpo alla presenza del Negus Neghesti (titolo in verità soppiantato da quello di Imperatore), che m’aspettava in piedi dietro allo scrittoio collocato davanti alla parete di fondo.

Il cerimoniale s’è limitato ad un inchino entrando e ad un altro mentre il sovrano mi porgeva la mano. Quindi l’Imperatore, sedendo, mi ha invitato a prender posto dirimpetto. Il tempo di dare uno sguardo all’ambiente mi è mancato, giacché la conversazione è incominciata subito: so di aver camminato su tappeti e mi sembra che le pareti del salone fossero nude. L’Imperatore vestiva di avana chiaro e portava una cravatta fantasia intonata al fazzoletto che sbucava dal taschino. Appariva riposato, mentre a Addis Abeba, il giorno della rivista dei complementi in partenza per la Corea, dava un’impressione di stanchezza.

L’Imperatore ricevendo degli stranieri di regola fa assistere un interprete: noi eravamo soli. La porta d’ingresso era rimasta semiaperta, ma nessuno poteva ascoltare. Del colloquio riporterò quello che sono autorizzato a ripetere. La conversazione si è svolta in francese, che il sovrano, poliglotta, parla benissimo e senza accento, con voce chiara e quasi dolce. Io ho ringraziato l’Imperatore dell’onore accordatomi ricevendomi così alla buona – ero fra l’altro vestito di un bianco appena mitigato dalla cravatta nera – e di tutto ciò che ha fatto per gli italiani in un periodo doloroso e duro. Haile Selassie ha risposto:

‘Quello che abbiamo fatto nel passato per gl’italiani era il nostro dovere. Non abbiamo fatto gran cosa. Noi siamo stati avversari del fascismo e non del popolo italiano. Girate per il Paese e vedete come vivono e come son trattati gl’italiani. Non c’è odio. Quando rientrai ad Addis Abeba, avendo bisogno di farmi curare gli occhi, io chiamai un oculista italiano’.

GRANDI POSSIBILITA’

Ho quindi osservato che sebbene il ristabilire le relazioni diplomatiche sia cosa certamente ottima, la speranza comune dovrebbe essere di veder seguire al compimento delle formalità una collaborazione in vari campi: i popoli marciano volgendo lo sguardo all’avvenire. Haile Selassie ha risposto:

‘Se si lavorerà sinceramente, e le relazioni verranno bene impostate, il lavoro sarà fecondo. In questo ambito, quando manca la sincerità non si viene a capo di nulla’. Qui c’è stato un interessante intermezzo sulla sincerità in diplomazia ed in politica: fra i libri sulla materia da lui letti, l’Imperatore ne ha citato uno inglese che tratta della possibilità dell’insistere nel mentire e delle conseguenze relative.

L’Imperatore, se ho ben capito il suo pensiero, non desidera che nelle relazioni internazionali del suo Paese il fattore politico sostenga una parte sostanziale: eliminando il fattore politico si procede anzi meglio e gl’italiani dovrebbero sapere che l’avvenire dell’Etiopia offre grandi possibilità di sviluppo. L’Imperatore sa valutare l’importanza degli studi italiani sull’Etiopia, come pure sa che i suoi sudditi imparano dagl’italiani molti mestieri.

L’udienza era durata circa il doppio del tempo indicatomi e ritirandomi ho espresso l’augurio di poter tornare in Etiopia quando le relazioni diplomatiche saranno state veramente riprese: l’Imperatore salutandomi ha risposto (mi duole di non poter ripetere le sue parole), che le relazioni potevo considerarle già riprese. Il volpino bianco e rosso sonnecchiante sotto l’Imperiale poltrona non s’è mosso e non ha ringhiato neppure mentre uscivo lusingandomi, fra me e me (debolezze ne abbiamo tutti), d’essere stato protagonista d’un vernissage o di un prologo. Fuori, ministri, funzionari e persone in attesa di udienza hanno squadrato di nuovo il primo giornalista italiano, in teoria ancora suddito nemico, ricevuto dal loro sovrano, e credo che la notizia si sia diffusa con la rapidità caratteristica del giornale parlato.

SEI PRIGIONIERI

Se l’udienza avesse avuto luogo ad Addis Abeba, avrei pregato l’Imperatore di lasciarmi salutare gl’italiani che lavoravano stabilmente nel suo palazzo come muratori, elettricisti, giardinieri e meccanici: li conosce uno per uno e ne conosce desideri e bisogni. Poco tempo addietro ha pagato il viaggio di andata e ritorno ed ha regalato duecento sterline ad uno – mi sembra si chiami Ottolini – il quale voleva andare in Italia a vedere il padre ammalato e s’è mandato a chiamare il padre d’una bimba che aveva fatto la prima comunione dicendogli che la voleva accarezzare, ed ha fatto un bel regalo anche a lei.

Un giorno Haile Selassie, al fronte, vide arrivare sei prigionieri di guerra italiani laceri e divorati dai pidocchi: ordinò che venissero alloggiati in una casa affianco alla sua e messi in grado di fare un bagno, li rifornì di capi di vestiario suoi, dai fazzoletti ai pantaloni e alle maglie, per farli fumare prese le sigarette al suo medico, perché lui non fuma, e incaricò il figlio di occuparsi personalmente dei pasti. Rientrato ad Addis Abeba, e costretto a lasciare il Paese, prima di partire affidò i sei prigionieri al ministro di Francia, Bodard. Nel luglio del ’40, alleatasi l’Etiopia all’Inghilterra contro l’Italia, lanciò un proclama esortando il popolo a risparmiare le vite degl’italiani ed a trattare il nemico umanamente: nel maggio del ’41, risalendo sul trono, col primo decreto minacciò di impiccagione chiunque avesse toccato un italiano: e mai a un italiano è stato torto un capello. Si voleva infierire contro l’ultimo ministri di Etiopia a Roma, Afe Uorq, accusato di alto tradimento, e giustiziarlo, ma non lo permise: confinato, il vecchio Afe Uorq ha vissuto sino a pochi mesi or sono.

Nel centro di Addis Abeba, gl’italiani avevano tirato giù dal piedistallo, con grosse funi legate ad autocarri, il monumento in bronzo dorato di Menelik, e forse fu superfluo: comunque il monumento non venne distrutto, bensì lasciato in un deposito. Di nuovo padroni di Addis Abeba, gli etiopici rintracciarono il monumento e prima di rimetterlo a posto, il governatore si rivolse allo scultore italiano Galli affinché lo riparasse. Galli rispose che era, si, scultore, ma che monumenti politici non sapeva ripararne, ed il governatore minacciò fulmini e saette. Una mattina l’Imperatore fece avvertire Galli che sarebbe andato a visitare il suo studio. ‘Le dispiacerebbe, – gli chiese, avendo finito di osservare le sue opere – di fare il busto di Ras Makonnen, mio padre ? Si tratta di un lavoro non politico…

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Guerra Italo-Etiopica

La Profezia del Ritorno di Haile Selassie I – Lino Calabrò 1988

Una preziosissima testimonianza sul conflitto Italo-Etiopico e sui crimini fascisti la possiamo fatalmente ritrovare in un testo di chiara matrice fascista, scritto da un funzionario di governo coloniale, pieno zeppo di propaganda e razzismo contro la popolazione e le autorità dell’Etiopia, pubblicato in una collana diretta da Renzo de Felice, grande storico italiano di destra. Ma questo aspetto del testo rende la testimonianza ancora più attendibile ed evidentemente onesta ed oggettiva.

“Intermezzo Africano – Ricordi di un Residente di Governo in Etiopia (1937-1941)”, Lino Calabrò, Bonacci Editore, 1988, pag. 41-42:

“Qualche giorno dopo il mio rientro, le guardie della Residenza mi accompagnarono in ufficio uno strano personaggio che godeva fama di prevedere e predire il futuro. Lo ‘stregone’, un vecchio dalla candida e lunga barba, era accusato di aver dichiarato pubblicamente che, dopo cinque anni di dominazione italiana, il Negus sarebbe rientrato in Etiopia e avrebbe ripreso il suo rango.

Gli chiesi se tale accusa rispondesse a verità ed egli, calmo ed imperturbabile me lo confermò, aggiungendo che, quando prediceva il futuro, era soltanto uno strumento del suo ‘spirito guida’ e quindi non era responsabile delle predizione che faceva.

Rimasi colpito dalla serenità con la quale egli reagiva ad un’accusa passibile di una severa punizione e, lontano le mille miglia dal pensiero che quanto da lui detto potesse avverarsi, gli chiesi sorridendo se il suo ‘spirito guida’ in quel momento non gli suggerisse nulla sul suo conto. Egli mi rispose di no. Ed io gli feci notare che non poteva fare molto affidamento su questo ‘spirito’ perché esso avrebbe dovuto anche avvertirlo che le sue dichiarazioni gli sarebbero costate tre giorni di prigione.

Lo avrei volentieri lasciato andare se questo non avesse provocato il risentimento delle guardie che lo avevano arrestato. Risolsi perciò in modo scherzoso e dando scarsa importanza al fatto, una situazione che, data la mentalità superstiziosa dei nativi, avrebbe potuto avere sgradevoli ripercussioni. Non immaginavo che quella predizione si sarebbe esattamente avverata.”

Infatti, l’Imperatore Haile Selassie I rientrerà ad Addis Abeba il 5 Maggio 1941, cinque anni esatti dal 5 Maggio 1936, il giorno in cui i fascisti avevano occupato Addis Abeba. E questo corrispondeva ad una profezia, di cui si parla anche nei libri scritti dall’Imperatore, che era stata predicata in Etiopia durante l’occupazione, e dunque la testimonianza di Calabrò dimostra l’effettiva potenza dello spirito profetico e biblico presente in Etiopia. Oltre a questo, probabilmente, egli rivela anche lo spirito di Ponzio Pilato, prettamente romano, che al tempo di Cristo stava opprimendo la Terra Santa.

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Guerra Italo-Etiopica Haile Selassie I - Insegnamenti

La Dichiarazione di S.M.I. il Giorno dell’Invasione Italiana (3 Ottobre 1935)

“Combattenti dell’Etiopia !

Non lamentatevi e non perdete speranza quando vedete un leader rispettato e amato cadere sul campo di battaglia per la causa della Nostra libertà. Invece, dovreste realizzare che chiunque muoia per il suo paese è in effetti fortunato. La morte giunge a tutti sia in tempo di pace che di guerra, e prende quelli che sceglie. E’ meglio morire con la libertà che senza di essa.

I nostri avi hanno preservato l’indipendenza del Nostro paese attraverso il sacrificio delle proprie vite. Che essi siano la vostra ispirazione !

Soldati ! Uomini d’affari ! Agricoltori ! Giovani e vecchi, uomini e donne ! Unitevi ! Combattete insieme per la difesa del vostro paese ! Come è sempre stato nella nostra tradizione, anche le donne devo levarsi per difendere il proprio paese, incoraggiando i soldati e curando i feriti. Non importa quanto duramente l’Italia provi a dividerci, Cristiani o Musulmani, tutti staranno uniti.

Dio è la Nostra fortezza e la Nostra difesa. Non lasciate che le nuove armi dell’aggressore vi distolgano dal combattere per la difesa del vostro paese e dei vostri nobili ideali !

Anche il vostro Imperatore, che vi parla adesso, sarà in mezzo a voi in quel tempo ed è pronto a versare il suo sangue per la libertà del suo paese.”

– Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I –

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Guerra Italo-Etiopica

La Più Grande Impresa Coloniale della Storia

SAPEVI CHE l’invasione dell’Etiopia da parte delle forze fasciste, nel 1935, considerando le risorse finanziarie e militari (circa 250.000 uomini) impiegate, fu la più grande impresa coloniale della storia ? Fu dunque l’apice del processo coloniale, che ne segnò poi la rovina.
Essendo l’unica nazione africana rimasta libera, la conquista dell’Etiopia rappresentava per Mussolini l’atto di coronamento definitivo del trionfo coloniale in Africa – la vittoria finale sull’antica Corona Imperiale Nera che nessuno era riuscito mai a piegare – che avrebbe restaurato così l’onore internazionale dell’Italia dinanzi alle potenze coloniali straniere, e recuperato il ritardo dell’Italia nella corsa allo sfruttamento dell’Africa.
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Guerra Italo-Etiopica

La Dichiarazione del Re dopo le Dimissioni di Mussolini (1943)

LA DICHIARAZIONE DI HAILE SELASSIE I DOPO LE DIMISSIONI DI MUSSOLINI DA PRIMO MINISTRO DELL’ITALIA (25 Luglio 1943)

“Qui in Etiopia la notizia delle dimissioni di Benito Mussolini è stata ricevuta con grande soddisfazione.

Essa segna il completo collasso di tutte le sue speranze come leader del Fascismo vittorioso. Sta già sollevando le speranze degli uomini nei territori occupati dal nemico, e potrebbe essere il primo segno di un rapido deterioramento nel morale delle forze dell’Asse ovunque.

I crimini del Duce sono stati molti e seri. Essendo stata una delle sue vittime, l’Etiopia vede nel superamento di Mussolini l’inizio della rivendicazione di quelle forze di giustizia e umanità che egli ha sfidato così brutalmente per 21 anni. Egli porta una pesante responsabilità per i molti crimini commessi sotto i suoi ordini sia in Etiopia che in Italia che al di fuori del suo paese.

Mussolini fu il primo ad introdurre metodi di banditismo nelle politiche Europee del giorno presente. I suoi crimini sono pesanti quanto quelli di Hitler. A Mussolini, che non ha esitato ad utilizzare il gas venefico attraverso Badoglio (il Maresciallo Pietro Badoglio, leader della conquista Italiana dell’Etiopia e successore di Mussolini come Premier Italiano) contro un popolo indifeso e ad ordinare il massacro su larga scala di una popolazione innocente, certamente non dovrebbe essere permesso di finire i suoi giorni in sicuro ritiro.

Mi è stato chiesto se nella corte criminale internazionale post-bellica, l’Etiopia chiederà il permesso di punire Mussolini. La mia risposta è che per quanto sia importante che Mussolini sia punito, questo è soltanto l’aspetto negativo del ristabilimento dei principi di giustizia internazionale. L’Etiopia è meno interessata alla vendetta per il passato di quanto non lo sia alla giustizia per il futuro.

E’ molto importante che si dia all’Etiopia l’opportunità di partecipare alla costruzione e al mantenimento di istituzioni internazionali che prevengano l’insorgenza di bulli politici che calpestino i diritti delle piccole nazioni. Abbiamo sofferto troppo per non essere consapevoli di quanto sia necessario cooperare nelle politiche che disporranno il rispetto della regola della legge in mezzo alle nazioni.

La caduta di Mussolini spiana soltanto il sentiero alle forze della giustizia affinché emergano. In sé stessa non è garanzia che la giustizia abbia trionfato. E’ un’opportunità, proprio come la caduta di Hitler e dell’imperialismo Giapponese ne fornirà una ancor maggiore, di rimodellare il fondamento della nostra società con giustizia.” #QHS

Nell’immagine in allegato, una caricatura di Arthur Szyk del 1941.

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Guerra Italo-Etiopica L'Imperatrice Menen

Discorso alla Vigilia della Guerra con l’Italia – 11 Settembre 1935

GLI INSEGNAMENTI DELL’IMPERATRICE

NEW YORK TIMES
11 Settembre 1935, pochi giorni prima dell’invasione fascista.

“Potenti eserciti si stanno preparando ad invadere il nostro paese col pretesto fallace di portare civiltà al nostro popolo pastorale, pacifico, che vive vicino alla natura e in comunione con Dio.

Possa il cielo salvarci da una tale civiltà. Sotto le gravi, dolorose circostanze in cui viviamo e in presenza della minaccia di guerra che pesa su di noi, pensiamo che le donne in tutto il mondo abbiano il dovere imperativo di far udire le proprie voci, esprimendo i propri sentimenti.

A tutte le latitudini, in ogni clima e paese le donne sono ispirate dallo stesso spirito, l’amore per la pace. La guerra è sempre stata il più grande dei mali che schiacciano l’umanità. Qualunque sia la loro terra nativa, le donne dovrebbero rimproverare la forza bruta e detestare la guerra che distrugge le case ed ha come risultato l’uccisione di mariti, fratelli e figli.

Le donne Italiane, che sono madri come quelle Etiopi, soffrono al pensiero del male infinito, irreparabile che farà sorgere la guerra. Tutte le donne dell’universo dovrebbero perciò unire le proprie voci per chiedere fermamente che siano evitati gli orrori dell’inutile spargimento di sangue e della rovina accumulata.

L’Etiopia non è animata da alcuno spirito di violenza. Ella aspira soltanto alla pace. Nella lite che ci è stata imposta, la coscienza Etiope è pura e indisturbata. Gli Etiopi hanno sempre riservato un’accoglienza fraterna agli stranieri che sono venuti qui per faticare onestamente.

L’ambizione imperialistica è sorta presso uno dei nostri vicini, con cui noi auspichiamo soltanto di vivere pacificamente e senza desiderio di conquista. Non osiamo dubitare che il desiderio della pace, che guida l’Associazione Internazionale delle Donne, eserciti un’influenza su tutti quei destini che presiedono sull’umanità. Preghiamo fervidamente Dio che possa assisterle nel loro difficile compito. Desideriamo credere ancora nell’efficacia e nel successo dei loro sforzi per questo fine, e spereremo nel mantenimento della pace.

Ma se, nonostante le nostre preghiere, la guerra scoppiasse, noi donne sapremo come realizzare il doloroso, nobile compito di medicare le ferite ed alleviare, tanto quanto è possibile, i crudeli mali che genera la guerra. E’ confortante pensare che le donne del mondo intero saranno al nostro fianco così come lo sono oggi.

Donne del mondo, unite alle nostre le vostre preghiere all’Onnipotente, affinché Egli impedisca il crimine della guerra ! Chiedete all’Onnipotente di ispirare le parole e gli atti degli statisti, così che giustizia e pace possano regnare fino alle estremità del mondo!”.

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Guerra Italo-Etiopica

Messaggio di S.M.I. Haile Selassie I agli Anti-Fascisti Italiani

Messaggio di Sua Maestà Haile Selassie I, pubblicato da Sergio Ala, un giornalista italiano anti-fascista.
Ginevra, 1938.

“Sono lieto di incontrare uno degli Italiani che sono contro l’aggressione dell’Italia e che combattono contro la guerra.
Vi prego di inviare, a mio nome, saluti a tutti gli anti-fascisti.
So bene che la maggioranza del popolo Italiano non desiderava la guerra, e che la maggioranza del popolo non prova alcun odio verso gli Etiopi.
Gli Italiani sono stati o ingannati, o forzati alla guerra.
Non ho alcun sentimento d’odio verso il popolo Italiano.
Ho personalmente parlato con molti Italiani fatti prigionieri dall’esercito Etiope. Ho dato ordini affinché siano trattati umanamente, come uomini, non come nemici.
Tutti hanno dichiarato di non essere fascisti, e che le autorità li hanno ingannati, dicendo loro che sarebbero stati ricevuti in Etiopia come amici e liberatori, e che avrebbero trovato lì ricchezze e riposo – non guerra.
Per distruggere l’indipendenza dell’Etiopia, il fascismo ha impiegato gli stessi metodi violenti che ha usato, ed ancora usa, per distruggere le libertà dell’Italia.
Continueremo a combattere – per la nostra indipendenza – a tutti i costi, a dispetto delle difficoltà, dei tradimenti e dell’indifferenza.”

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Guerra Italo-Etiopica

Residui Coloniali Alla Stazione di Milano

Basta recarsi alla Stazione Centrale di Milano per capire che questa Nazione non ha mai fatto i conti onestamente con il suo passato.

Una targa commemorativa dei martiri della “Guerra Italo-Etiopica“, morti per “il supremo ideale” di un’invasione immorale, illegale, sciagurata, fallimentare, inutile, abominio di ignoranza e inciviltà.

Abbiamo decine di queste carcasse sparse per il territorio, anche in punti d’importanza politica e di grande esposizione, ed è arrivato il tempo che gli Italiani conoscano la verità, e che tutto questo venga ufficialmente rettificato.

E sarebbe un’opera concretamente anti-fascista.

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Guerra Italo-Etiopica

L’Imperatore ha Personalmente Combattuto sul Campo

Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I fu l’unico capo di stato a combattere sul campo di battaglia come soldato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Diversamente da Mussolini, che non toccò mai il suolo Etiope né mai partecipò direttamente ad attività belliche, Egli fu continuamente presente al fianco dei Suoi soldati per i sette mesi dell’Invasione Fascista nel 1935-36, e condusse in prima linea la campagna di liberazione nel 1940-41.
La Sua condotta militare esemplare ed impavida fu testimoniata da molti osservatori esterni e giornalisti: fu continuamente esposto al fuoco nemico (che tuttavia non riuscì mai a toccarLo), e più volte imbracciò personalmente l’artiglieria pesante per respingere l’aggressore (così come vediamo in diverse foto), con cui abbatté ufficialmente un bombardiere Italiano.
Si realizzava così la parola profetica della Scrittura: “Il Signore è prode in guerra” (Esodo 15,3)
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Guerra Italo-Etiopica

YESEMATAT QEN – Il Giorno dei Martiri Etiopi dell’Invasione Fascista

Nel 1937
il 19 Febbraio
la febbre fascista
stese la mano
sull’innocenza degli Etiopi
calpestò il santo suolo
le chiese e i monaci
tentò di ingannare il popolo
con artifici tecnologici
corrompere il modello
morale e culturale, i principii
degradare il suo livello
bruciare manoscritti e libri
porre madamato e bordello
sulla purezza degli sposi
violenze sul cervello
per deviarlo coi loro ismi
produrre scismi e condurlo
lontano dai pascoli erbosi,
Graziani il macellaio
scelto tra gli odiosi più razzisti
per uccidere disprezzando
i civili come insetti parassiti
gas mostarda spruzzarono
contro tutte le convenzioni
internazionali dei diritti
la croce rossa bombardarono
senza inibizioni vandalismi,
teste mozzate
appese ostentate
e quante mutilazioni
degli organi intimi
saccheggiarono tesori
d’icone d’oro e troni
corone e reliquiari
ancora si vantano
nei musei napoletani
e non li restituisci,
ovunque temevano
l’Asse dei nazisti
ma a piedi scalzi
soldati nazirei
presero le armi
floridi nei ricci,
sfidarono i marchingegni
degli scientisti
primi e veri partigiani
versarono il sangue
per cinque anni esatti
affinché tu esisti
e ricordi l’inizio
di tutti i fatti scritti,
che morìa
d’impicci
la loro memoria
corta e selettiva
è più interessata
a creare avamposti
in Palestina
che affinare i giudizi,
negazionismi
e segreti di stato
ostacolano la coscienza
ma fu profetizzato
si batteranno il petto
tutti i regni della terra
per questo
Rasta non ti rattristi,
gli spiriti dei martiri
ti sussurrano
“resisti!”
è meglio morire liberi
che vivere da schiavisti.
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