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Bob Marley

Rifiutare la loro Educazione Coloniale

INTERVISTATORE: “Chi ti ha influenzato ?”

MARLEY: “Beh, penso che le mie influenze maggiori vengano da Marcus Garvey e Haile Selassie.”

INTERVISTATORE: “Per quello che hai ascoltato riguardo a Garvey quando eri ragazzo o per quello che hai imparato adesso che sei cresciuto, o cosa ?”

MARLEY: “Per quello che ascoltiamo, quello che leggiamo, e quello che sappiamo di lui adesso.”

INTERVISTATORE: “Hai imparato riguardo a Garvey a scuola?”

MARLEY: “No, no. Vedi che non lo insegnano… è l’educazione che non acquisiamo a scuola. Non acquisiamo quel tipo di educazione per cui quando cresciamo sappiamo chi è. Acquisiamo educazione per poter conoscere chi sia Cristoforo Colombo, o chi sia Marco Polo, sai ? Ma non abbiamo mai saputo davvero chi fosse Marcus Garvey o Haile Selassie o qualsiasi uomo nero.”

Intervista con Gil Noble, New York 1980

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Liberazione Africana

1 Marzo 1896 – La Gloriosa Vittoria di Adwa

1 Marzo 1896 – Gli Etiopi guidati dall’Imperatore Menelik II sconfiggono gli italiani ad Adwa, nel Nord dell’Etiopia.
Il contingente italiano fu astutamente accerchiato e completamente distrutto. I pochi superstiti furono fatti prigionieri, e prima di restituirli all’Italia, l’Imperatore Menelik fece loro costruire la Chiesa di San Giorgio in Addis, in cui verrà incoronato Haile Selassie I nel 1930.
In seguito a quell’evento, il governo italiano presieduto da Crispi cadde. Era la prima volta, nel corso della storia coloniale, che uno stato africano riusciva a sconfiggere una potenza occidentale, e la notizia fece presto il giro del mondo dando speranza a tutte le popolazioni africane oppresse.
Haile Selassie I aveva 4 anni all’epoca. Suo padre Ras Makonnen, ritratto in evidenza nei dipinti tradizionali, fu il generale maggiore di Menelik II e si distinse per l’eroismo, decapitando una quantità notevole di aggressori.
La tradizione vuole che San Giorgio in persona abbia combattuto al fianco degli Etiopi, e per questo viene sempre ritratto all’orizzonte circondato dall’arcobaleno. L’arcobaleno, degli stessi colori della bandiera etiopica, testimonia che Dio è dalla parte degli Etiopi.
Nelle icone etiopi tradizionali che descrivono la battaglia, gli Italiani sono ritratti di un solo colore di pelle, mentre gli Etiopi sono colorati con differenti sfumature alternate. Questo per testimoniare che la società etiopica è sempre stata multi-colore e multi-razziale, e non ha mai concepito le filosofie di discriminazione, anti-cristiane e indegne, che avrebbero invece plasmato così drammaticamente la storia dell’Italia.
Haile Selassie I disse a riguardo:
“Appena settant’anni fa, le armate Etiopi si formarono quasi come se per magia, e si scagliarono contro un invasore avido per guadagnare l’immortale trionfo di Adua.
La vittoria di Adua è stata a lungo salutata come uno dei maggiori eventi del diciannovesimo secolo in Africa. I suoi effetti sull’Etiopia e sulle sue relazioni con le potenze coloniali furono di vasta portata. Certamente essa preservò l’antica indipendenza della nazione dalle avide incursioni che allora venivano compiute altrove contro i nostri fratelli, su questo continente.”
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Babilonia

Decolonizzare il concetto di “Scienza”

Molti termini fondamentali del linguaggio scientifico portano ancora l’inconfondibile articolo arabo che ne ricorda l’origine orientale e nord-africana.
Algebra, Algoritmo, Almagesto, Almanacco, Alambicco, Alcool, Alchimia.
I numeri che usiamo sono arabi. Il sistema decimale è indiano. La parola Cifra viene dalla radice semitica SEFFERE ሰፈረ, che significa “misurare” in lingua etiope Ge’ez.
La decolonizzazione mentale passa per una rivalutazione del concetto di scienza e conoscenza. Ci sono stati imposti dei criteri eurocentrici e televisivi a livello educativo, e siamo abituati a pensare che il tipico scienziato ateo bianco, alla maniera di Margherita Hack o Piero Angela, sia l’immagine del sapere moderno. In verità quella è l’immagine del loro utilizzo degenerato della scienza, che ha affiancato e storicamente sostenuto tutti i movimenti politici totalitari dell’Occidente, giustificandone spesso le atrocità.
Per giunta, qui noi ereditiamo un’immagine galileiana della scienza, inquisita dal Cardinale Bellarmino e dall’oscurantismo culturale del Vaticano, che dunque si pone in opposizione polemica alla fede. Tutto ciò è viziato dalla romanizzazione della fede cristiana, dalla falsificazione mortificante dello spirito biblico originale, dacché soltanto la Chiesa Romana ha storicamente praticato l’inquisizione anti-scientifica, e in maniera spietata. In realtà, il metodo scientifico, di cui si vantano così tanto per distinguere la loro civiltà dall’Oriente e dall’Africa dei “superstiziosi”, gliel’hanno insegnato proprio dei religiosi africani e orientali, provenienti da ambienti in cui rivelazione e ragione erano unificate nella coscienza e si nutrivano a vicenda senza contraddizione, come era in principio.
Nel Mese della Storia Nera, mentre ci insegnano che matematica e logica vengono dai Greci, ricordiamoci che non si costruiscono le Piramidi senza matematica né logica, e che la giovane civiltà Europea ha conosciuto tutte le sue moderne discipline nei libri dei padri neri e nella loro storia.
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Haile Selassie I - Insegnamenti

I Residui del Colonialismo

“I passati territori coloniali, che hanno adesso ottenuto indipendenza e libertà, sono oggi assaliti dai residui del colonialismo. Persino quando questi passati territori coloniali hanno in qualche rispetto tratto beneficio dall’amministrazione coloniale, questi stati hanno ereditato un popolo diviso in sé stesso – il risultato delle politiche di ‘dividi e governa’ dell’era coloniale. Ciò è diventato una malattia cancerogena che si sta diffondendo velocemente con l’effetto non soltanto di opporre fratello contro fratello, ma anche di mettere in pericolo la pace e la sicurezza internazionali.”
– Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I –
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Babilonia

Colonialismo Geografico – Sud e Nord

Quando andiamo al nord, ci insegnano a dire “saliamo”, e sempre immaginiamo il nord sopra. E ugualmente, ci insegnano a dire “scendiamo” quando andiamo a sud, e immaginiamo il sud sotto. La nostra prospettiva generale pone così l’Europa al di sopra dell’Africa.
Ma avvicinandoci all’Equatore e alle altezze del Monte Zion, noi di fatto ci eleviamo, mentre è a nord che troviamo i “Paesi Bassi” e ci allontaniamo dal sole. Secondo la tradizione cristiana antica, il Sud indica ciò che è sopra (da cui anche il nome Su-d) e il Nord ciò che è sotto. Sappiamo che questa era la visione degli antichi (ad esempio, l’Alto Egitto è a Sud, mentre il Basso Egitto è a Nord) e che le prime opere cartografiche hanno riportato questo ordine antico, durante tutto il medioevo sino al primo periodo rinascimentale.
Troviamo in allegato il celebre “mappamondo di Fra Mauro”, del 1450, da cui potete facilmente notare come il colonialismo successivo abbia messo a soqquadro la visione del mondo.
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Haile Selassie I - Insegnamenti

L’Africa è per gli Africani

“Non possiamo dire che l’Africa è per gli Africani quando l’economia di un paese Africano è gestita dagli stranieri, mentre il popolo ha soltanto un’indipendenza nominale. Osiamo dire che l’Africa è per gli Africani soltanto quando vediamo tali progetti economici, come questa diga costruita con la partecipazione degli Africani, e quando serbiamo la speranza che gli Africani saranno i soli proprietari di tali opere di progresso nel vicino futuro”.

— Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I —

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Babilonia

Cristoforo Colon-mbo

“You teach the youths about Christopher Columbus
And you said he was a very great man
So you can’t blame the youths of today
You can’t fool the youths” (Peter Tosh)
(“Insegni ai giovani riguardo a Cristoforo Colombo
E dici che era veramente un grande uomo
Così non puoi prendertela con i giovani di oggi
Non puoi prendere in giro i giovani”)
Cristoforo Colombo rivela la sua piena natura nella traduzione spagnola del Suo Nome, che probabilmente coglie meglio il senso storico della sua impresa per conto della corona spagnola: Cristobal Colòn. Colon-mbo. E’ semplicemente l’iniziatore di quel fenomeno eticamente mostruoso che è il colonialismo, di cui tutte le problematiche politiche e sociali della modernità, inclusi i conflitti mondiali, furono manifestazioni dirette o indirette, e che ancora oggi condiziona l’ordine mondiale ostacolando la liberazione dell’uomo. Ricordiamoci che i loro storici più dotti indicano proprio in questo 1492 la fine del Medioevo e il principio dell’Epoca Moderna che tutt’ora stiamo vivendo.
Partì per cercare una via più breve alle ricchezze esotiche delle Indie, e inciampò nelle Americhe nella piena ignoranza. Gli “indiani” d’America, che con l’India non c’entrano niente, sono stati vittimizzati dalle sue categorie fallimentari. E non soltanto da quelle, dato che le loro civiltà furono cancellate.
Fece una scoperta, quella dell’America, che è tale soltanto in un’ottusa prospettiva euro-centrica di cui era rappresentante, ma che potrebbe essere simile a quella “dell’acqua calda” se consideriamo che in America c’erano 50 nazioni dalla storia millenaria, che tuttavia furono calpestate con una simile leggerezza analitica.
Alla base di tutto c’è il talento dell’uomo bianco – proprio come Yafet suo antenato biblico – da marinaio e bucaniere: che ama vagare per i luoghi lontani, che sviluppa una scienza tecnica per la navigazione dei mari e delle comunicazioni (il bianco è l’elemento dell’acqua, il colore del ghiaccio) e per dominare le acque di riflessione della mente con l’immaginazione, la propaganda e l’illusione. E con cuore e umanità annacquati, schiavizzare tutte le altre razze in un disegno di sfruttamento globale, in cui pretende la superiorità di disporre liberamente di territori migliaia di miglia lontani dal suo, ignorando completamente i diritti e la dignità degli altri popoli, siano essi rossi, gialli, ebrei, arabi, marroni o terroni.
E’ l’archetipo delle navi negriere che strapperanno milioni di Africani alla madre-terra, e costruiranno con il loro dolore e sangue il benessere bancario dell’Occidente. E’ l’archetipo dell’invasione coloniale brutale e subdola, di aquile spietate travestite da colombi, e di lupi travestiti d’agnello, che partono dolci e convincenti con diplomazia e calumet della pace, ma finiscono nel disprezzo, nel tradimento e nell’abuso senza scrupoli.
Ma siano essi colombi o vespucce, i grandi viaggiatori in questione, il nome italiano dell’America ci riporta ancora alla radice romana degli Stati Uniti, che da Roma, progenitrice della civiltà occidentale, presero lo stile architettonico, il Campidoglio, il latino delle banconote così come la mentalità imperialista e il vizio d’oppressione.
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Guerra Italo-Etiopica

Le Ignobili Vignette Fasciste

Ecco una raccolta di deliziose vignette “umoristiche” sulla guerra d’Etiopia, pubblicate dalla propaganda fascista durante il conflitto, dal 1935 in poi.

Un concentrato di viltà, slealtà, malvagità, disprezzo della vita umana e dell’onore: falsi cristiani che desideravano sterminare gli uomini come insetti, e violare le loro donne come prostitute, nonostante gli Etiopi fossero anche di fede cristiana e di tradizione ben più antica di quella di Roma.

La “bella abissina” doveva essere una concubina del madamato fascista, e l’abissino maschio il suo animale da soma. E tutto questo avveniva con il sostegno attivo dell’opinione pubblica e della Chiesa Cattolica.

Da mostrare a tutti quelli che ancora usano la retorica: “fino alle leggi razziali Mussolini ha fatto bene”. Qui siamo nel 1935, ed è pura barbarie di cui il popolo italiano deve prendere atto e da cui deve redimersi.

 

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Haile Selassie I - Testimonianze

Angelo Del Boca, Giornalista e Storico del Colonialismo Italiano, 1960

Tratto da “Da Mussolini a Gheddafi – Quaranta incontri”, 2012 Neri Pozza Editore. (Cap. 20. Hailè Selassiè I)

“Una sera dell’ottobre 1935 fui convocato nei locali della Federazione del fascio a Novara. Avevo dieci anni ed ero balilla. Al Fascio ci distribuirono grosse torce di stoppa e resina. ‘Tu! Prendi questa bottiglia’ mi disse il capocenturia. ‘Stai attento. E’ benzina’. Il personaggio da bruciare era lì in un canto, disteso su una barella, con mani e piedi legati da grosse catene. Era ras Tafari, l’imperatore d’Etiopia Hailè Selassiè. Fatto di cartapesta, grande al naturale, con un volto piuttosto negroide e incorniciato da una ispida e nerissima barba, aveva la bocca atteggiata a ghigno e nelle profonde orbite brillavano due occhi cattivi, iniettati di sangue.

(…) Il federale, che aveva curato la regia della dimostrazione antinegussita, decise che l’imperatore sarebbe andato al rogo sotto i grandi platani di Baluardi, dove si poteva ricreare l’atmosfera pagana dei grandi riti nazisti. E sotto gli alberi, infatti, la barella fu deposta a terra e mi fu dato l’incarico di cospargere il Negus di benzina. (…) Fu soltanto quando si levarono alte le fiamme e l’imperatore cominciò a contorcersi, quasi avesse voluto liberarsi dalle catene, che cominciai ad avvertire un vago senso di avvilimento, come dopo una cattiva azione.

Una mattina di luglio del 1960, a venticinque anni di distanza, rivedo l’imperatore nel grande ghebì di Menelik, dove lavora, riceve in udienza e una volta alla settimana amministra la giustizia. (…). Quando i due valletti in livrea bianca spalancheranno la porta dello studio privato del re dei re e lui apparirà in fondo al salone, in piedi, accanto a un mappamondo, nella divisa kaki di maresciallo dell’impero, l’ospite varcherà la soglia e farà il primo inchino, poi, camminando sulla passatoia rossa, si porterà a metà circa del salone e lì farà un secondo inchino, e infine un terzo nell’atto di ricevere la stretta di mano del Negus Negast Hailè Selassiè, l’Eletto di Dio, il Leone Conquistatore della tribù di Giuda, il 225° imperatore discendente in linea diretta da Salomone e Saba.

(…) Mi ero ripromesso, più di una volta, che se un giorno mi fossi trovato alla presenza di Hailè Selassiè gli avrei raccontato la storia del rogo sotto i platani della mia città, e gli avrei chiesto perdono per la mia ragazzata. Ma di fronte a lui non trovo il coraggio di farlo e inizio con il pistolotto politico che mi sono preparato: ‘L’Italia del 1960 non è l’Italia del 1935’.

L’imperatore mi ascolta, irrigidito sull’orlo della sedia, il petto coperto da dodici file di decorazioni e dalle mostrine rosse con le spighe d’oro. I suoi occhi, grandi, scuri, vivacissimi, non si staccano nemmeno per un istante dai miei. Nell’imbarazzo, ricordo che anche il ministro plenipotenziario Renato Piacentini – che era un gigante e aveva il petto irto di medaglie – presentando le sue credenziali ad Hailè Selassiè nel lontano 1922 si sentì intimidire da quegli occhi, al punto da riferire poi agli amici che quell’imperatore piccolo e fragile non soffriva certo di complessi d’inferiorità.

(…) Mi sembra giusto ricordare, come esordio, che la lunga battaglia condotta per la libertà del suo paese, la grandezza d’animo da lui dimostrata prendendo subito le difese degli italiani rimasti dopo la sconfitta in Etiopia, la sua adesione alla dottrina della sicurezza collettiva e l’appoggio dato al risveglio del continente africano, gli hanno procurato anche in Italia molti amici e ammiratori.

(…)Le sue labbra si muovono appena, ma il suo francese è corretto, impeccabile. Gli occhi, mentre parla, sono ora fissi su una parete ricoperta di carte geografiche e di tabelle sullo sviluppo economico dell’Etiopia. Con il busto rigido, i gomiti appoggiati ai braccioli della seggiola, le mani unite sulle ginocchia, l’imperatore non dimostra i quasi settant’anni che ha. Eppure poche esistenze sono state più complete della sua, più travagliate da lotte e avversità. Da quarantatrè anni questo monarca minuto e fragile rappresenta l’Etiopia. Anzi, è l’Etiopia. Reggente dal 1917 al 1930, tiene a bada il rivale fitaurari Habte Ghiorghis, sprona l’imperatrice Zauditù a mostrarsi più liberale, sconfigge, esilia o sottomette, uno dopo l’altro, ras Gugsa, ras Kassa, ras Hailù e il governatore del Sidamo, ribelli all’autorità centrale. Divenuto imperatore, intensifica l’opera di centralizzazione e di modernizzazione del paese.

Ma erano appena rientrati dalle università straniere i primi giovani laureati, che l’Italia fascista, in ritardo di mezzo secolo sulle altre potenze colonialiste, decideva di procurarsi ‘un posto al sole’ a spese dell’unico Stato ancora indipendente dell’Africa. La prima élite etiopica cadeva così sui campi di battaglia e Hailè Selassiè, rientrato ad Addis Abeba cinque anni dopo la sconfitta, doveva ricominciare tutto daccapo, opponendosi al conservatorismo dell’aristocrazia feudale e della Chiesa copta, sventando ogni sorta di congiura e lottando contro la leggerezza e l’incompetenza dei suoi collaboratori. (…)

Sa che il modo più rapido per strappare l’Etiopia alle sue tradizioni feudali è quello di incoraggiare l’istruzione. (…) Probabilmente lo sa anche Hailè Selassiè che, puntando tutto sull’educazione di massa del suo popolo, così facendo mina con le proprie mani il suo enorme potere. Ma non può sottrarsi al destino che affida proprio a lui, monarca assoluto, il compito di portare, anche se con modi paternalistici, un impero feudale verso forme di vita più liberali.

(…) Pur conoscendo le aspirazioni dei somali sull’Ogaden, Hailè Selassiè non sembra molto preoccupato. In quarant’anni di regno è scampato alle congiure di ras ribelli, alle invasioni, ai tranelli tesigli dalle nazioni ‘amiche’ dell’Europa, affinando nel frattempo la sua sensibilità politica, dando prova di una scaltrezza, di una tempestività nelle decisioni e di un’abilità diplomatica fuori dal comune. (…)

E chi oggi teme che egli abbia ceduto alle lusinghe dei sovietici rivela di ignorare tutto della sua politica. Caso mai si potrà incolparlo di eccessiva astuzia, non certo di imprudenza. Hailè Selassiè soffre di una vera allergia per coloro che cercano anche solo di scalfire la sua sovranità. Sempre sospettoso, capta le più lontane minacce con la precisione di uno strumento scientifico. Nasser, che è universalmente conosciuto come un esperto nel difficile gioco del neutralismo positivo, ha ancora molto da imparare da Hailè Selassiè.

La conversazione dura da circa mezz’ora e l’imperatore non ha mutato posizione. Col busto eretto, le mani sottili e piccole posate sulle ginocchia, il volto di marmo illuminato dagli occhi più dolci e insieme più fieri che abbia mai visto, egli sopporta con molta dignità il tremendo carico di titoli che fanno di lui il monarca più blasonato della terra: Re dei Re, Leone Conquistatore della tribù di Giuda, Eletto di Dio, Potenza della Trinità, Capo della Chiesa Copta, imperatore d’Etiopia. Antico, per sangue, come Ninive e Babilonia, discendente diretto di personaggi come Salomone e Saba, più legati alla leggenda che alla storia, fa quasi meraviglia sentirlo parlare di problemi del nostro tempo (…).

Antico anche nell’aspetto (nonostante la divisa kaki da maresciallo) per quella sua folta barba da patriarca e gli occhi che sembrano quelli dei profeti dipinti nelle chiese copte di Lalibela, tradisce invece l’ambizione di non essere secondo a nessuno in Africa (…)

L’imperatore Haile Selassiè I è in piedi. Gli stringo la mano e, a ritroso, esco dalla sala, compiendo i tre inchini di rito. Per un istante, credo di scorgere sulle sue labbra un leggero sorriso, che interpreto come una scusa per il rigore del cerimoniale. Poi, lentamente i battenti della grande porta vengono accostati, ma fino all’ultimo avverto i suoi occhi, dolci, fieri, scurissimi. Gli occhi dei profeti di Lalibela. Gli occhi dei guerrieri scolpiti nella antiche pietre della città santa di Axum.

Quindi due giovani ufficiali mi prendono in mezzo e, imponendomi un passo quasi cadenzato, mi fanno ripercorrere i lunghi corridoi del ghebì di Menelik fino alla scalinata dell’ingresso e al giardino, dove un vecchio leone si stira pigramente al sole.”Da “Da Mussolini a Gheddafi – Quaranta incontri”, 2012 Neri Pozza Editore. (Cap. 20. Hailè Selassiè I)

“Una sera dell’ottobre 1935 fui convocato nei locali della Federazione del fascio a Novara. Avevo dieci anni ed ero balilla. Al Fascio ci distribuirono grosse torce di stoppa e resina. ‘Tu! Prendi questa bottiglia’ mi disse il capocenturia. ‘Stai attento. E’ benzina’. Il personaggio da bruciare era lì in un canto, disteso su una barella, con mani e piedi legati da grosse catene. Era ras Tafari, l’imperatore d’Etiopia Hailè Selassiè. Fatto di cartapesta, grande al naturale, con un volto piuttosto negroide e incorniciato da una ispida e nerissima barba, aveva la bocca atteggiata a ghigno e nelle profonde orbite brillavano due occhi cattivi, iniettati di sangue.

(…) Il federale, che aveva curato la regia della dimostrazione antinegussita, decise che l’imperatore sarebbe andato al rogo sotto i grandi platani di Baluardi, dove si poteva ricreare l’atmosfera pagana dei grandi riti nazisti. E sotto gli alberi, infatti, la barella fu deposta a terra e mi fu dato l’incarico di cospargere il Negus di benzina. (…) Fu soltanto quando si levarono alte le fiamme e l’imperatore cominciò a contorcersi, quasi avesse voluto liberarsi dalle catene, che cominciai ad avvertire un vago senso di avvilimento, come dopo una cattiva azione.

Una mattina di luglio del 1960, a venticinque anni di distanza, rivedo l’imperatore nel grande ghebì di Menelik, dove lavora, riceve in udienza e una volta alla settimana amministra la giustizia. (…). Quando i due valletti in livrea bianca spalancheranno la porta dello studio privato del re dei re e lui apparirà in fondo al salone, in piedi, accanto a un mappamondo, nella divisa kaki di maresciallo dell’impero, l’ospite varcherà la soglia e farà il primo inchino, poi, camminando sulla passatoia rossa, si porterà a metà circa del salone e lì farà un secondo inchino, e infine un terzo nell’atto di ricevere la stretta di mano del Negus Negast Hailè Selassiè, l’Eletto di Dio, il Leone Conquistatore della tribù di Giuda, il 225° imperatore discendente in linea diretta da Salomone e Saba.

(…) Mi ero ripromesso, più di una volta, che se un giorno mi fossi trovato alla presenza di Hailè Selassiè gli avrei raccontato la storia del rogo sotto i platani della mia città, e gli avrei chiesto perdono per la mia ragazzata. Ma di fronte a lui non trovo il coraggio di farlo e inizio con il pistolotto politico che mi sono preparato: ‘L’Italia del 1960 non è l’Italia del 1935’.

L’imperatore mi ascolta, irrigidito sull’orlo della sedia, il petto coperto da dodici file di decorazioni e dalle mostrine rosse con le spighe d’oro. I suoi occhi, grandi, scuri, vivacissimi, non si staccano nemmeno per un istante dai miei. Nell’imbarazzo, ricordo che anche il ministro plenipotenziario Renato Piacentini – che era un gigante e aveva il petto irto di medaglie – presentando le sue credenziali ad Hailè Selassiè nel lontano 1922 si sentì intimidire da quegli occhi, al punto da riferire poi agli amici che quell’imperatore piccolo e fragile non soffriva certo di complessi d’inferiorità.

(…) Mi sembra giusto ricordare, come esordio, che la lunga battaglia condotta per la libertà del suo paese, la grandezza d’animo da lui dimostrata prendendo subito le difese degli italiani rimasti dopo la sconfitta in Etiopia, la sua adesione alla dottrina della sicurezza collettiva e l’appoggio dato al risveglio del continente africano, gli hanno procurato anche in Italia molti amici e ammiratori.

(…)Le sue labbra si muovono appena, ma il suo francese è corretto, impeccabile. Gli occhi, mentre parla, sono ora fissi su una parete ricoperta di carte geografiche e di tabelle sullo sviluppo economico dell’Etiopia. Con il busto rigido, i gomiti appoggiati ai braccioli della seggiola, le mani unite sulle ginocchia, l’imperatore non dimostra i quasi settant’anni che ha. Eppure poche esistenze sono state più complete della sua, più travagliate da lotte e avversità. Da quarantatrè anni questo monarca minuto e fragile rappresenta l’Etiopia. Anzi, è l’Etiopia. Reggente dal 1917 al 1930, tiene a bada il rivale fitaurari Habte Ghiorghis, sprona l’imperatrice Zauditù a mostrarsi più liberale, sconfigge, esilia o sottomette, uno dopo l’altro, ras Gugsa, ras Kassa, ras Hailù e il governatore del Sidamo, ribelli all’autorità centrale. Divenuto imperatore, intensifica l’opera di centralizzazione e di modernizzazione del paese.

Ma erano appena rientrati dalle università straniere i primi giovani laureati, che l’Italia fascista, in ritardo di mezzo secolo sulle altre potenze colonialiste, decideva di procurarsi ‘un posto al sole’ a spese dell’unico Stato ancora indipendente dell’Africa. La prima élite etiopica cadeva così sui campi di battaglia e Hailè Selassiè, rientrato ad Addis Abeba cinque anni dopo la sconfitta, doveva ricominciare tutto daccapo, opponendosi al conservatorismo dell’aristocrazia feudale e della Chiesa copta, sventando ogni sorta di congiura e lottando contro la leggerezza e l’incompetenza dei suoi collaboratori. (…)

Sa che il modo più rapido per strappare l’Etiopia alle sue tradizioni feudali è quello di incoraggiare l’istruzione. (…) Probabilmente lo sa anche Hailè Selassiè che, puntando tutto sull’educazione di massa del suo popolo, così facendo mina con le proprie mani il suo enorme potere. Ma non può sottrarsi al destino che affida proprio a lui, monarca assoluto, il compito di portare, anche se con modi paternalistici, un impero feudale verso forme di vita più liberali.

(…) Pur conoscendo le aspirazioni dei somali sull’Ogaden, Hailè Selassiè non sembra molto preoccupato. In quarant’anni di regno è scampato alle congiure di ras ribelli, alle invasioni, ai tranelli tesigli dalle nazioni ‘amiche’ dell’Europa, affinando nel frattempo la sua sensibilità politica, dando prova di una scaltrezza, di una tempestività nelle decisioni e di un’abilità diplomatica fuori dal comune. (…)

E chi oggi teme che egli abbia ceduto alle lusinghe dei sovietici rivela di ignorare tutto della sua politica. Caso mai si potrà incolparlo di eccessiva astuzia, non certo di imprudenza. Hailè Selassiè soffre di una vera allergia per coloro che cercano anche solo di scalfire la sua sovranità. Sempre sospettoso, capta le più lontane minacce con la precisione di uno strumento scientifico. Nasser, che è universalmente conosciuto come un esperto nel difficile gioco del neutralismo positivo, ha ancora molto da imparare da Hailè Selassiè.

La conversazione dura da circa mezz’ora e l’imperatore non ha mutato posizione. Col busto eretto, le mani sottili e piccole posate sulle ginocchia, il volto di marmo illuminato dagli occhi più dolci e insieme più fieri che abbia mai visto, egli sopporta con molta dignità il tremendo carico di titoli che fanno di lui il monarca più blasonato della terra: Re dei Re, Leone Conquistatore della tribù di Giuda, Eletto di Dio, Potenza della Trinità, Capo della Chiesa Copta, imperatore d’Etiopia. Antico, per sangue, come Ninive e Babilonia, discendente diretto di personaggi come Salomone e Saba, più legati alla leggenda che alla storia, fa quasi meraviglia sentirlo parlare di problemi del nostro tempo (…).

Antico anche nell’aspetto (nonostante la divisa kaki da maresciallo) per quella sua folta barba da patriarca e gli occhi che sembrano quelli dei profeti dipinti nelle chiese copte di Lalibela, tradisce invece l’ambizione di non essere secondo a nessuno in Africa (…)

L’imperatore Haile Selassiè I è in piedi. Gli stringo la mano e, a ritroso, esco dalla sala, compiendo i tre inchini di rito. Per un istante, credo di scorgere sulle sue labbra un leggero sorriso, che interpreto come una scusa per il rigore del cerimoniale. Poi, lentamente i battenti della grande porta vengono accostati, ma fino all’ultimo avverto i suoi occhi, dolci, fieri, scurissimi. Gli occhi dei profeti di Lalibela. Gli occhi dei guerrieri scolpiti nella antiche pietre della città santa di Axum.

Quindi due giovani ufficiali mi prendono in mezzo e, imponendomi un passo quasi cadenzato, mi fanno ripercorrere i lunghi corridoi del ghebì di Menelik fino alla scalinata dell’ingresso e al giardino, dove un vecchio leone si stira pigramente al sole.”

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Babilonia

G7 e Neo-Colonialismo

Il G7 è un organismo politico illegittimo, che favorisce le potenze capitaliste occidentali secondo criteri arbitrari di potere economico, ed esclude tutti i “paesi in via di sviluppo” e le potenze emergenti asiatiche e africane.
Se volessero governare il mondo secondo legalità e democrazia, utilizzerebbero il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, così come sarebbero legalmente tenuti a fare, per trovare soluzioni comuni in trasparenza e parità mondiale. Ma poiché non vogliono né parità né trasparenza, in 7 prendono dittatorialmente decisioni per tutti.
Sono le potenze che si accordano illegalmente tra di loro dal dopoguerra, le stesse che per 400 anni hanno occupato e schiavizzato il Sud del Mondo, determinando, nella loro competizione, lo scoppio delle guerre mondiali. Hanno rinunciato all’imperialismo militare per assumere una forma più sottile, ed hanno ora in mano il sistema bancario e finanziario mondiale.
Haile Selassie I ci insegna che il colonialismo, come un cattivo spirito, “si reincarna in forme nuove”, sempre più discrete e sfumate, diabolicamente aggrappato al privilegio di cui sopravvive. Quelle stesse potenze coloniali e capitalistiche, avvertita la recente crisi del sistema economico neo-coloniale, sono ora in prima linea nella gestione dell’emergenza medica, evolvendo l’esercizio del loro potere nella forma di una tecnocrazia sanitaria, come al solito indifferente ai diritti umani e imbevuta di magagne e contraddizioni.
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